UNA VITA DA SCEMO

 

Giulio non aveva ancora compiuto otto anni il pomeriggio in cui lo zio Amilcare pronunciò quella frase che avrebbe profondamente segnato la sua vita. Giulio e il cugino Michele, maggiore di lui di tre anni, avevano da poco terminato di guardare una comica di Stanlio e Ollio alla TV e stavano mimando per l'ennesima volta le scene più esilaranti.

- Certo che sono proprio scemi quei due! - aveva infine commentato Michele, mentre Giulio stava ancora ridendo con le lacrime agli occhi.

Lo zio Amilcare, che se ne stava nella stanza a fianco tutto concentrato nel tentativo di riparare un ombrello, aveva allora inaspettatamente preso la parola.

- E voi credete davvero che quei due fossero scemi? Niente affatto! Sono stati due geni del cinema comico. Specialmente Stanlio, che era l’ideatore di ogni gag e una persona di rara intelligenza. Perché dovete sapere che solo chi è molto intelligente può fare lo scemo a quel modo. Un vero scemo non ci riuscirebbe mai! Solo chi è veramente intelligente può riuscire a fare lo scemo più di un vero scemo!

Michele aveva riso di gusto a quell'ultima frase di suo padre, mentre Giulio, diventato improvvisamente serio e pensieroso, dopo un lungo silenzio aveva chiesto: - Ma allora, zio, se uno è veramente intelligente può fare lo scemo per tutta la vita e quando muore tutti crederanno che sia stato davvero uno scemo e nessuno saprà mai la verità. È così?

- Ma cosa dici?! Quei due facevano gli scemi solo al cinema, e facendo gli scemi sono diventati ricchi e famosi. Mica lo facevano sempre!

- Lo so, ma... pensavo che se uno lo facesse sempre... potrebbe ingannare tutti per tutta la vita!

- Bell'inganno! - aveva commentato lo zio. E aveva aggiunto: - Io dico che uno che facesse lo scemo tutti i giorni della vita sarebbe semplicemente uno scemo!

- E invece no! - aveva obiettato con energia Giulio. - Sarebbe lo stesso una persona intelligente, ma una persona intelligente che fa lo scemo. Anzi, magari ci sono delle persone considerate sceme che in realtà non lo sono, ma sono invece persone molto intelligenti che si fanno credere sceme.

A quel punto lo zio Amilcare, che aveva appoggiato il cacciavite sul mobiletto della macchina da cucire ed era entrato in salotto, guardando Giulio negli occhi aveva detto serio:

 - E che cosa ci guadagnerebbe una persona intelligente a vivere da scemo? Sprecherebbe soltanto la propria intelligenza senza trarne alcun vantaggio.

E scuotendo la testa: - Ma senti che roba!

Giulio allora aveva sorriso, come a voler mostrare allo zio e a Michele che aveva detto così tanto per dire. Ma qualcosa in lui era cambiato. Un pensiero ancora vago ma potente si era impadronito di lui e, anche se non sapeva come e quando tutto sarebbe cominciato, già sentiva che avrebbe fatto lo scemo per tutta la vita.

E l’occasione arrivò quando lo zio Amilcare, vedovo da due anni, partì per l'Australia, deciso a rifarsi una vita insieme al figlio Michele, e lui rimase solo con la vecchia nonna. Il dolore per il distacco dallo zio e, soprattutto, dal cugino aveva seriamente compromesso il suo rendimento scolastico. Spesso aveva marinato la scuola e aveva vagato solo per la campagna e lungo il greto del torrente, con il cuore gonfio di nostalgia per tutte le avventure condivise con Michele e con la insopportabile consapevolezza che quei momenti di gioia pura non sarebbero ritornati mai più. Solo grazie alla sua grande intelligenza e alla sua prodigiosa memoria era riuscito alla fine a superare, seppur col minimo dei voti, l'esame di licenza elementare, recuperando in un solo mese il programma di un intero anno. E senza l'aiuto di nessuno. L'autunno avrebbe iniziato la scuola media e si sarebbe ogni giorno dovuto alzare all'alba per raggiungere la città. Non avrebbe più percorso a piedi la strada sterrata che portava alla vecchia scuola di campagna, ma sarebbe invece salito sulla corriera azzurra che fino a quel giorno aveva solo visto qualche volta passare senza mai salirvi sopra. Non avrebbe più indossato il grembiule nero, che ormai gli arrivava a stento a coprire i pantaloncini corti, e non avrebbe più avuto il vecchio maestro Brugnoli, ma tanti professori severi e tanti libri da studiare. Almeno così gli avevano detto i ragazzi più grandi.

Fu proprio il primo giorno di scuola media che Giulio, senza alcuna premeditazione, quasi per difesa, iniziò a comportarsi da scemo. E non pensò affatto a quella frase dello zio Amilcare che poco più di due ani prima lo aveva tanto affascinato. Solo mesi più tardi si sarebbe reso conto che la sua nuova vita era la realizzazione quasi inconsapevole di un pensiero cullato molte volte prima di addormentarsi al tempo in cui lo zio e Michele vivevano ancora nella sua stessa casa. Un pensiero che aveva avuto origine proprio dal commento dello zio alla comica di Stan Laurel e Oliver Hardy.

Il primo giorno di scuola media fu la professoressa Terrani, insegnante di lettere, ad accogliere la classe 1B della sezione maschile.

- Da oggi non porterete più il grembiule nero, ma abiti borghesi. Dovrete presentarvi ogni giorno in ordine, con le mani, le unghie e le orecchie pulite e i capelli corti e pettinati. Non importa che l'abbigliamento sia alla moda, ma che veniate a scuola coi vestiti puliti. I pantaloncini devono arrivare appena sopra il ginocchio e dovete portare i calzettoni lunghi. Non voglio vedere cosce nude o ginocchi sporchi e tantomeno unghie lunghe o orecchie piene di cerume. E imparate a controllare la vostra vescica: non si esce dall'aula se non durante l'intervallo. Durante la lezione, quando non vi è richiesto di scrivere, dovete stare a braccia conserte e con la schiena diritta. Non siete più bambini, ma ragazzi! E dovete comportarvi da ragazzi! Esigo un silenzio assoluto. Non si parla coi compagni per nessun motivo. A questo scopo esiste la ricreazione, così come per i vostri bisogni corporali. Sono stata chiara?

Il discorso introduttivo della professoressa Terrani gli era rimasto impresso nella memoria e, pur non avendo ben compreso il significato esatto di quel "dovete imparare a controllare la vostra vescica", aveva tuttavia capito che si trattava di un divieto a uscire dall'aula per fare pipì.

La professoressa Terrani lo aveva davvero spaventato. Soprattutto, lo aveva spaventato l'idea di dover vivere quella nuova e difficile esperienza senza potersi più confidare con Michele e senza poterci magari ridere su. Anche gli altri alunni avevano un aspetto impaurito ma, pensava Giulio, ritornati a casa avrebbero raccontato tutto ai loro compagni di giochi e tutto si sarebbe ridimensionato. Lui invece, da quando il cugino era partito, se ne stava sempre solo e non si sarebbe confidato con nessuno, nemmeno con la nonna. Il timore di non essere in grado di impegnarsi a sufficienza lo paralizzava.

La professoressa Terrani estrasse allora dalla grossa borsa un foglio e disse:

- Vediamo ora chi sono il più bravo e il più asino della classe. Ho qui i voti con cui avete superato l'esame di quinta elementare.

E indicò il foglio con sguardo severo.

- Vedo che due di voi sono stati promossi con tutti dieci: Ferlini Maurizio e Pantieri Antonio. Alzatevi in piedi!

E i due ragazzini si alzarono, Ferlini con un certo imbarazzo e Pantieri, invece, con grande disinvoltura.

- Bravi! Bravissimi! Ma non crediate di poter vivere di rendita. Dovrete impegnarvi al massimo ogni giorno per continuare a rimanere i più bravi della classe e, anzi, sono proprio curiosa di vedere chi tra voi due diventerà il primo della classe.

E Pantieri rivolse uno sguardo fiero a Ferlini, come a voler dire che il primo della classe sarebbe certamente stato lui.

- Per ora - disse la professoressa - ci affideremo all'ordine alfabetico e nomino capoclasse Ferlini Maurizio. Sarà suo compito dare l'attenti ai compagni quando l'insegnante sta per entrare, portare in classe il registro ogni mattina dalla portineria e riportarvelo al termine delle lezioni. Le altre mansioni le imparerà strada facendo.

- E adesso - continuò la professoressa - passiamo al più asino della classe, promosso con tutti sei e un gran numero di assenze: Ottani Giulio. Alzati, somaro!

E Giulio si alzò rosso in viso e con le gambe che gli tremavano.

- Come mai così scarso? Svogliato o… scemo?

Giulio non rispose.

- Quando ti faccio una domanda devi rispondere! O sei anche sordo?

Giulio adesso si accorse che gli occhi dei compagni erano tutti puntati su di lui.

- Ti ho chiesto come mai hai ottenuto dei risultati così scarsi! Svogliato o scemo?

- Scemo, signora professoressa! Una malattia presa quando ero molto piccolo - disse con voce decisa Giulio tra le risate dei compagni, sbalordendosi per primo della risposta e, allo stesso tempo, provando un indescrivibile senso di liberazione.

- Zitti! - tuonò la Terrani dando una potente manata sulla cattedra. - Presto ti accorgerai che qui alla scuola media non c'è posto per quelli come te. E voi non dovete ridere. Non è colpa sua se si è ammalato da piccolo.

L'unico a non spaventarsi per quell'urlo fu proprio Giulio, che ora si sentiva leggero come una piuma. Aveva di colpo annullato la sua ansia da prestazione: nessuno si sarebbe aspettato niente di buono da lui, nemmeno i suoi compagni. Forse per qualche giorno lo avrebbero preso in giro, ma era alto e forte e aveva un aspetto più maturo di loro e già la voce profonda. Poi si sarebbe fatto benvolere da tutti e presto non lo avrebbero più deriso. In compenso, gli insegnanti non si sarebbero aspettati nulla da lui e questo lo rendeva letteralmente felice. Sì, avrebbe fatto lo scemo! La decisione era ormai presa!

Proprio quello stesso giorno, durante l’intervallo, si guadagnò la stima e l’affetto di tutti i suoi compagni per aver battuto a braccio di ferro il campione della 2B, che appena entrato in aula con un suo scagnozzo aveva sfidato il timido capoclasse Ferlini. Giulio era allora intervenuto dicendo che il capoclasse era il più intelligente di tutti e non doveva prendere parte a quelle stupide sfide, ma a quelle dello studio. Per il braccio di ferro sarebbe bastato uno scemo come lui. Franco Zurlini, detto “spaccabraccia”, aveva allora risposto che avrebbe iniziato dallo scemo per riscaldare i muscoli, ma che poi sarebbe stato il turno del capoclasse, che già tremava all’idea. Ma la sfida con Ferlini non ebbe luogo, perché Giulio piegò in meno di un minuto il braccio del tarchiato Zurlini, che se ne uscì scornato dall’aula rosso come un gambero insieme al suo scagnozzo, mentre i ragazzi della 1B gridavano in coro il nome di Giulio. Fu a quel punto che Ferlini salì in piedi sul banco e, rivolgendosi all’intera classe, disse: - Ragazzi, oggi Giulio ha salvato l’onore della nostra 1B e nessuno dovrà mai più prenderlo in giro! Lo aiuteremo tutti quanti nello studio, perché voglio che sia promosso e resti con noi per tutti e tre gli anni. Intesi?

Seguì una serie di urrà per Giulio e tutti vollero stringergli la mano.

E fu così che Giulio, che per intelligenza e memoria non era secondo a nessuno, finse con entusiasmo di faticare a seguire le spiegazioni che di volta in volta gli davano i compagni e si impegnò quel tanto che bastava nelle prove scritte e orali per arrivare a pelo alla sufficienza.

- Non riesco proprio a capire come faccia con quel suo modo contorto di ragionare – diceva il professor Mostardi, insegnante di matematica - ma quell’Ottani riesce sempre a strappare un sei pieno in ogni compito e in ogni interrogazione. Credo che in realtà non capisca proprio niente e che impari tutto a memoria, ma devo ammettere che alla fine riesce sempre a risolvere il primo problema. Mai visto niente del genere in trent’anni di insegnamento!

In effetti Giulio, che riusciva ogni volta a trovare al volo la soluzione del problema, si divertiva a prendere una strada tortuosa che richiedeva spiegazioni impossibili da seguire persino per il professor Mostardi. Ma i calcoli, impeccabili, portavano sempre alla soluzione giusta. Mostardi aveva definitivamente rinunciato a seguire i ragionamenti di Giulio, perché più di una volta si era lui stesso perso nell’ascoltare la spiegazione di quello scemo e così si era rassegnato a verificare soltanto la correttezza dei calcoli e a dargli un sei tondo.

E la stessa cosa si ripeteva in tutte le materie. I compagni facevano il tifo per lui ogni volta che era interrogato, ovviamente in perfetto silenzio, ed erano tutti molto orgogliosi di essere riusciti a far capire qualcosa a quella simpatica testa di legno. Ignoravano completamente che Giulio era invece molto più intelligente di loro e che fare lo scemo lo divertiva tantissimo, perché gli consentiva di avere tanti amici veri come mai ne aveva avuti.

- Tu hai dato la risposta giusta per pura fortuna! – gli gridava indispettita la professoressa Terrani, ma poi si doveva rassegnare anche lei a dargli la sufficienza.

Anche gli anni delle medie finirono ed è inutile dire che Giulio fu promosso con un misero “sufficiente”, ma senza mai essere stato rimandato in una sola materia. E così, anche se forse non fu il primo caso della storia, uno scemo si iscrisse al rinomato Liceo Scientifico Enrico Fermi.

La sua fama di scemo l’aveva preceduto e anche in quel caso dovette aspettare l’occasione giusta per farsi benvolere da tutti. E tutti, o quasi tutti, si dettero da fare a turno per aiutarlo nello studio. Ma fu soltanto nell’ultimo anno di liceo che dovette scoprire un altro insperato vantaggio del suo fingersi scemo. La ragazza più corteggiata della classe, che diceva altezzosamente di no a tutti, un giorno invitò Giulio a casa sua, con la scusa di fargli un ripasso di fisica. I genitori erano fuori per lavoro e la ragazza accolse Giulio coperta solo da una vestaglia trasparente e cominciò a baciarlo. Anche se era scemo, in fondo era un gran bel ragazzo e quale occasione migliore per divertirsi un po’? Lei, dopo esserselo portato a letto, gli aveva intimato di non dire niente a nessuno. E poi, se anche l’avesse raccontato, chi mai gli avrebbe creduto? Giulio, recitò meglio di ogni altra volta la parte dello scemo obbediente e tornò assai spesso in quella casa per un ripasso di fisica. Ma fu invece la ragazza lasciarsi scappare la confidenza a un’amica, magnificando la prestanza fisica di quello scemo di Giulio, ed ecco che da allora gli giunsero proposte di ripetizioni private un po’ in tutte le materie da parte di molte altre compagne di classe. Mai i suoi compagni avrebbero potuto credere che il più scemo della classe avrebbe avuto molte delle loro compagne più corteggiate!

E anche il liceo finì, con un esame di stato in cui Giulio, sempre atteggiandosi da scemo, riuscì a mettere in difficoltà tutti i commissari al punto che, alla fine, il presidente insistette per portare almeno a 38/60 il voto di 36/60 proposto dalla commissione.

In quello stesso anno la nonna morì e Giulio dovette trovarsi un lavoro. E fu proprio il preside del Liceo a farlo assumere come aiuto bibliotecario nella stessa città. Il lavoro piaceva moltissimo a Giulio perché, anche se la sua mansione consisteva semplicemente nell’andare a prendere, magari dopo aver attraversato diversi corridoi ed essere salito su una scala, il libro che il bibliotecario gli aveva indicato su richiesta di un utente, gli rimaneva tanto tempo libero e si era dato alla lettura con grande passione. Il bibliotecario era stupito di questa sua passione per i libri, ben consapevole che un povero scemo come lui non avrebbe mai potuto apprezzarne il contenuto e convinto che li sfogliasse come un bambino che ancora non sa leggere. A volte, quando Giulio faceva qualcosa di sbagliato –e lo faceva spesso, per non smentire la sua condizione di scemo- il bibliotecario lo insultava pesantemente, spesso anche davanti agli altri. Solo con una persona non si era mai permesso di sbagliare: una povera ragazza di nome Sara, scema veramente, che un paio di amiche accompagnavano a giorni alterni in biblioteca e che leggeva (o si illudeva di leggere) libri di ogni genere. Con lei usava una particolare delicatezza e rispondeva ogni volta con un sorriso ai suoi timidi sguardi.

Un giorno il bibliotecario si ammalò abbastanza seriamente e dovettero sostituirlo temporaneamente con una neolaureata che aveva fatto un corso per archivista. Il suo nome era Alba e fece il suo ingresso nella biblioteca insieme al direttore che, senza mezze parole, le disse che l’aiutante, per quanto un po’ scemo, era abbastanza efficiente e le raccomandò anche di rimproverarlo senza remore ogni volta che avesse sbagliato, perché era pagato ed era giusto che si guadagnasse lo stipendio. Giulio, nonostante fosse a pochi passi da loro, finse di non aver sentito e, senza rispettare l’ordine gerarchico, salutò prima la ragazza e poi il direttore.

Lui, che aveva conosciuto solo ragazze che ai tempi del liceo lo avevano avvicinato esclusivamente per divertimento, rimase subito colpito dal sorriso affettuoso della nuova bibliotecaria che, rivolgendosi al direttore, disse:

- Sono sicura che non ci saranno problemi.

Quasi a volerla provocare, nemmeno passata un’ora, Giulio consegnò un libro sbagliato a un professore universitario frequentatore abituale della biblioteca, che andò subito a protestare dalla giovane supplente. La ragazza, invece di incolpare subito Giulio, come era solito fare il titolare, si scusò personalmente. Poi si rivolse a Giulio senza alzare la voce e gli propose di andare insieme lei a prendere il libro richiesto per ripassare il procedimento che avrebbe dovuto seguire e per imparare lei stessa a conoscere i corridoi della biblioteca. Preso il libro, chiese gentilmente all’aiutante di consegnarlo lui stesso al professore, suggerendogli di scusarsi a sua volta.

Fu quello il primo giorno dopo tanti anni in cui, improvvisamente, gli pesò di vivere da scemo senza esserlo veramente. E per la prima volta si accorse di non avere vissuto la sua vera vita o, peggio, che la sua vera vita era stata quella che aveva vissuto e non quella che si illudeva avrebbe potuto vivere se solo lo avesse voluto. Gli sembrò allora di risentire la voce dello zio Amilcare: “Io dico che uno che facesse lo scemo tutti i giorni della vita sarebbe semplicemente uno scemo!”.

Per vent’anni anni, da quel primo giorno di prima media, Giulio era vissuto nella convinzione di essere una persona intelligente che si comportava consapevolmente da scemo, ma ora questa sua certezza aveva iniziato di colpo a vacillare ed era andata in frantumi dopo l’arrivo di Alba. Sarebbe davvero stato capace di uscire da quel guscio in cui si era rinchiuso dopo il discorso della professoressa Terrani? E in che modo poi? Mica poteva dire: - Ragazzi, era solo una finta durata vent’anni e adesso mi sono stancato!

No, ormai era troppo tardi. Non aveva smesso di recitare un solo giorno per tutto quel tempo, al punto da non accorgersi nemmeno più che stava recitando. E poi smettere di colpo sarebbe stato impossibile. Del resto non poteva certo farlo gradualmente, passando magari da scemo a mezzo scemo, quindi a appena scemo, normale e, infine, a molto intelligente! Quando poi imparò che Alba era fidanzata e prossima al matrimonio accantonò del tutto l’idea, rammaricandosi solo del fatto di non potersi nemmeno insultare dandosi dello scemo. E queste considerazioni le fece ad alta voce proprio in quell’angolo in cui si trovava Sara, che ora lo guardava smarrita con quei suoi grandi occhi neri. Giulio ci rimase malissimo e ne provò vergogna.

Dopo poco più di un mese ritornò il vecchio bibliotecario e il ricordo di Alba sfumò rapidamente. Giulio continuò a fare errori, a fingere di non intendere le richieste del bibliotecario e, se possibile, a comportarsi ancora più gentilmente con Sara, quasi a volerle far capire che gli dispiaceva tantissimo per quelle frasi dette tra i denti che dovevano averla spaventata e forse anche offesa.

E così un giorno si chinò su di lei e le sussurrò: - Sai Sara, devi scusarmi per quel giorno… ero arrabbiato con me stesso… spero di non averti spaventata…

E Sara gli sussurrò a sua volta: - No Giulio, non devi scusarti… Anzi, sono felice che tu abbia detto quelle cose… Non saprei spiegarti come, ma l’avevo sempre capito che anche tu, come me, eri una persona troppo intelligente e sensibile per vivere come tutti gli altri…

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