IL VIAGGIO
Posso
ripetervi con esattezza, senza bisogno di consultare il documento di viaggio,
il nome della stazione di partenza e il numero del treno su cui mi trovo anche
se, stranamente, non ho memoria di quando sono salito. Ricordo invece assai
nitidamente lo scompartimento pieno di persone e i volti e le voci di tutti i
passeggeri con cui ho condiviso la primissima parte del viaggio. Come era bello
guardare dal finestrino la campagna illuminata dal sole appena sorto! E le
case! E la strada, con le automobili che, a volte, rimanevano affiancate al
vagone anche per un minuto intero prima di essere immancabilmente sorpassate.
Dovete sapere che il mio è un treno molto particolare perché, pur
essendo a lunga percorrenza, ferma
spesso anche in stazioni secondarie, mentre altre volte, pensate un po’,
attraversa a tutta velocità grandi stazioni metropolitane riempiendo l’aria del
suo fischio assordante. Non chiedetemi quindi di raccontare in dettaglio dei
passeggeri che sono entrati e usciti dal mio scompartimento durante il viaggio,
perché non basterebbe un libro! E poi devo confessare che, a mano a mano che il
sole si alzava, la mia attenzione si rivolgeva sempre meno allo scompartimento
e ai suoi ospiti e sempre più al paesaggio, per cui di alcuni passeggeri,
magari entrati e subito usciti alla fermata successiva, non mi sono nemmeno
accorto.
In certi momenti mi sono addirittura ritrovato solo e devo dire
che non mi è pesato per nulla. Anzi, ho persino sperato che non entrasse più
nessuno, per non essere disturbato nella contemplazione degli alberi lontani
che scorrevano lentamente sullo sfondo quasi immobile delle montagne. Certo, lo
ammetto, a volte è entrata qualche giovane ragazza e non ho potuto fare a meno
di trascurare il paesaggio per ammirarla, ma l’ho fatto sempre con grande
discrezione e solo per poco tempo.
Non voglio intristirvi raccontando di quello che mi è successo, ma
vi dirò soltanto che, proprio quando la mia passione per il viaggio stava
raggiungendo il culmine e ardevo dal desiderio di vedere paesaggi sempre nuovi,
è iniziata una serie interminabile di gallerie e lo scompartimento è
precipitato nel buio. Allora –lo scompartimento era vuoto– la solitudine ha
improvvisamente cominciato a pesarmi, fino a diventare opprimente. Ero arrivato
a credere che, fino alla fine del viaggio, non avrei più visto nient’altro che
quei brevi lampi di luce tra il buio di due lunghe gallerie. Ed ecco che,
proprio quando la speranza cominciava a svanire, le gallerie sono terminate e
ho potuto improvvisamente vedere nuovi paesaggi illuminati dal sole
pomeridiano.
Avevo smesso di aspettarmi visioni esaltanti ma, fatto davvero
importante, avevo cominciato a osservare e apprezzare i minimi dettagli del
panorama provandone una gioia prima sconosciuta. E non ho dubbi sul fatto che
buona parte del merito di questo cambiamento vada a una ragazza salita sul
treno quando il sole era ancora alto e che si è seduta accanto a me: in due si
vedono dettagli del paesaggio che spesso sfuggono a un osservatore solitario.
Diverse ore del pomeriggio sono così trascorse in pace, nonostante alcune brevi
gallerie isolate che è inevitabile dover attraversare in un paese montuoso.
Questa pace, però, non doveva durare fino alla fine del viaggio,
come avevo ingenuamente dato per scontato. A un certo punto, infatti, la
compagna di viaggio è uscita dal mio scompartimento senza alcun preavviso ed è
arrivata una galleria lunghissima, più lunga da sola di tutte le gallerie
precedenti messe insieme, che non mi ha lasciato vedere più nulla per ore.
Ma tutte le gallerie hanno una fine e il treno, ancora una volta,
è uscito dal ventre oscuro della montagna. Dal finestrino potevo di nuovo
vedere ponti, strade, case, campanili, alberi… ma il sole era ormai vicino
all’orizzonte e il cielo si stava colorando di un rosso fuoco.
Adesso è ormai buio e dei paesi che attraversa la strada ferrata
vedo solo le luci dei lampioni e delle case. Ormai il piacere di guardare fuori
dal finestrino non consiste più nell’osservare dettagli del paesaggio, ma
nell’immaginarli. La solitudine si è fatta di nuovo opprimente e spero che
arrivi un passeggero per stare un poco in compagnia. Magari potremmo
raccontarci quello che ci sembra di vedere nelle sagome scure che ci passano
davanti.
Nonostante il rumore ritmico delle ruote sulle giunture dei
binari, avverto i passi di una persona che si sta avvicinando. Aspetto con
fiducia. Un uomo apre la porta scorrevole dello scompartimento. Ha il berretto
con la visiera: è il capotreno.
- Siamo ormai arrivati, signore. Si prepari a scendere.
- Arrivati?! Vuol dire che il mio viaggio è già finito?
- Certo. E cerchi di sbrigarsi coi bagagli, perché è una stazione
di poco interesse e il treno ferma solo due minuti.
Il treno ha già iniziato la frenata e il capotreno se ne va senza
richiudere lo sportello dello scompartimento. Invano cerco di ricordare quale
fosse la mia destinazione, proprio come invano cerco di ricordare quando sono
salito sul treno. Ma ecco che, improvvisamente, tutto questo non mi importa più
e, incredibilmente rassegnato, scarico il bagaglio dal portapacchi ed esco
dallo scompartimento che fu il mio, senza voltarmi indietro.
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