SAN
MARTINO DELLA BATTAGLIA
La
piccola chiesa di San Martino, nei pressi di Desenzano del Garda, dal 1870 è
adibita a ossario e raccoglie i resti di 2619 soldati italiani morti il 24
giugno 1859. E che la Battaglia di San Martino e Solferino sia stata
particolarmente feroce ce lo ricorda Henry Dunant, che inventò la Croce Rossa
proprio per assistere i soldati feriti in battaglia, impressionato dall’orribile
vista dell’abbandono sul campo di migliaia di feriti morenti. A quell’episodio
della grande storia è legata una vicenda della piccola storia familiare, che
per me si è conclusa poche settimane fa con la scoperta
Dei miei quattro nonni ho conosciuto solo la nonna materna,
classe 1890, con cui ho trascorso tante ore della mia infanzia. Mi raccontava
tante cose e uno dei racconti che mi ha ripetuto più volte è stato quello di un
suo nonno che partecipò alla Battaglia di San Martino. Infatti è lui il soldato
di cui solo ora sono riuscito a sapere il nome. Mia nonna non me lo aveva mai
detto, né io ricordo di averglielo mai chiesto. Mi diceva che questo nonno le
aveva raccontato all’infinito e con dovizia di dettagli di quel lontano giorno
La vista dell’ossario è terrificante per un bambino,
ma è forse ancora più orribile per un adulto. Centinaia di teschi disposti in
più file nell’abside della chiesa, tutti senza incisivi superiori e inferiori.
Non si trattava di vecchi sdentati, ma di giovani sani e vigorosi, tutti
giudicati idonei a sostenere una campagna militare, e quei denti furono tolti
per essere usati nelle protesi quando ancora non esistevano i denti
artificiali. Una vera miniera per i dentisti di allora! Quei teschi, a prima
vista tutti uguali, sono invece uno diverso dall’altro, nella forma e nelle
dimensioni, così come uno diverso dall’altro erano i volti di quei soldati.
Mia nonna, già vecchia, volle finalmente vedere quei
luoghi di cui aveva tanto sentito parlare con tanto trasporto da suo nonno
quando era bambina e così un mio zio, che aveva l’automobile, nei primi anni
’60 la portò a San Martino. La torre monumentale, eretta una decina di anni
dopo la Battaglia, la si vede da grande distanza e l’ho visitata parecchie
volte nella mia prima giovinezza. Quel mio zio, infatti, proprio nell’occasione
in cui accompagnò mia nonna a visitare i luoghi della battaglia, rimase
incantato dal paesaggio e poco dopo, insieme a due amici, acquistò a un prezzo
stracciato un terreno edificabile a Colombare di Sirmione, da ormai molti anni
una zona residenziale e allora poco più di una palude.
Anche a Solferino sono stato diverse volte. Nella
chiesa si trovano i resti di circa 7000 caduti francesi, austriaci e, in misura
minore, italiani. Le ossa, che ricoprono con una raccapricciante cura
geometrica buona parte dell’interno della chiesa, sono tutto quello che resta
dei soldati ed è impossibile distinguere i resti francesi da quelli austriaci o
da quelli italiani. Sono passati molti anni dall’ultima
Lo scorso anno appresi per puro caso che era possibile
fare una ricerca on-line negli archivi di stato di diversi comuni italiani e
così dedicai un intero pomeriggio a cercare gli atti di nascita di diversi
parenti, tra cui quello di mia nonna. Ho così potuto imparare che il padre di
mia nonna si chiamava Amadio Martinelli e che aveva trent’anni nel 1890, mentre
la moglie, ossia la madre di mia nonna, si chiamava Maria Cipolli. Dall’atto si
evince che il padre di Amadio si chiamava Filippo. La prima cosa che mi venne
in mente fu che quel Filippo Martinelli poteva essere il mio trisnonno che
combatté a San Martino. Quel pensiero mi accompagnò per alcuni giorni, insieme
al rammarico di non poter averne la certezza. Forse il soldato di Vittorio
Emanuele II era stato il nonno materno, il cui cognome faceva sicuramente
Cipolli, ma di cui non conoscevo il nome. Mi ricordai allora di una sorella di
mia nonna di nome Luigina, morta a 17 anni di Spagnola, di cui pure avevo tante
volte sentito raccontare e trovai presto il suo atto di nascita. Amadio aveva
40 anni al momento della denuncia della sua nascita, ma questa
Questa scoperta mi ha molto emozionato, anche se, a
pensarci bene, non ha aggiunto quasi nulla a quello che già sapevo. In fondo
che cos’è un nome se non un suono quando non sappiamo nient’altro di una
persona? Che viso aveva Giuseppe Cipolli? Quanti anni aveva nel 1859? Mia nonna
ricordava certamente la sua voce e per lei dietro a quel nome c’era un volto,
anche se magari un volto di vecchio che lasciava a fatica immaginare le
fattezze
Mia nonna morì nell’estate
Scherzi
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