IL RITORNO


La notte aveva riposato poco e male, tutto preso dal pensiero del ritorno. Un’infinità di ricordi dolorosi, che credeva ormai sepolti per sempre nella sua mente, si erano all’improvviso ridestati e, come in una danza caotica di fantasmi, avevano affollato senza alcun ordine quel sonno agitato. 

Eppure l’indomani, quell’ansia che gli aveva negato un sonno riposante, via via che si avvicinava alla meta, sembrava affievolirsi sempre più invece di accrescersi. L’ultimo tratto di ferrovia gli aveva sì risvegliato tanti ricordi, ma senza che provasse la minima emozione. Ecco che, improvvisamente, invece che sul vagone di un moderno convoglio regionale, si rivedeva su una di quelle vecchie carrozze di seconda classe divise in scompartimenti da otto posti, seduto di fronte a un anziano e corpulento signore che conversava con gli altri passeggeri sui malanni della vecchiaia. E quasi gli sembrava di risentire la sua voce. Un attimo dopo si ricordava di quel viaggio in cui una distinta signora raccontava del defunto marito a una giovane madre che l’ascoltava coi suoi due bambini addormentati, mentre lui guardava dal finestrino le luci delle case comparire e scomparire nel buio di quella lontana sera d’inverno. Una sequenza lucidissima di immagini e di suoni che non sapeva più di ricordare, ma da cui era scomparsa del tutto quella nostalgia di casa che tanti anni prima si faceva sentire acutissima proprio in quell’ultima parte del viaggio. Ricordava lucidamente, ma non provava più nulla.

Uscito dalla stazione, superata la piazza, nonostante l’albergo si trovasse molto più a ovest, volle rifare lo stesso percorso di un tempo, quasi fosse impaziente di risvegliare le dolorose ferite di allora. La città era quasi deserta e il rumore delle ruote della valigia, che saltellavano sui marciapiedi sconnessi, riecheggiava esageratamente tra le case. Tutto gli sembrava uguale e allo stesso tempo irrimediabilmente cambiato rispetto all’ultima volta. Si accorgeva con stupore di ricordare molti più dettagli di quanto non avesse potuto immaginare e persino una miriade di episodi insignificanti e di stati d’animo che avrebbe detto impossibile conservare quasi intatti nella memoria per così tanto tempo. Eppure non provava nulla, quasi che tutto quello che vedeva fosse solo una copia fedele di un luogo scomparso per sempre e che quegli stati d’animo che ricordava così lucidamente non si riferissero a se stesso ragazzo ma a un personaggio di un racconto che doveva aver letto chissà quando. Attraversò il fiume e gli parve che anche l’acqua fosse rimasta la stessa. Ma non provò nulla. Deviò allora dal vecchio percorso per dirigersi verso l’albergo, perché cominciava a fare tardi.

Dopo aver preso possesso della camera si informò dall’usciere sull’orario entro il quale sarebbe stato opportuno rientrare e, invece di rimanere a cena nell’albergo, uscì di nuovo per riprendere il percorso che portava al collegio. Non si rassegnava all’idea di essere ritornato nei luoghi in cui aveva trascorso un periodo tanto intenso e sofferto della giovinezza per poi doversi accorgere, dopo una notte agitata, di non provare in realtà più alcuna emozione.

Mancavano ormai un centinaio di metri alla meta ma… ancora niente! Forse l’emozione sarebbe arrivata all’improvviso alla vista del palazzo, pensava. Arrivato finalmente nella piazza, vide esattamente quello che si aspettava di vedere. Riconobbe la finestra della sua cameretta, ma non provò nulla. Nulla. Del resto, si disse, come aveva mai potuto pensare che una vecchia cicatrice potesse d’un tratto riprendere a sanguinare?

Salì addirittura la scalinata del collegio, quella scalinata che aveva salito e disceso centinaia di volte, nell’assurda speranza di sentire il cuore battere forte. Invece, niente. Fu come rivedere un antico amore non ricambiato per il quale abbiamo tanto patito e di cui a stento ricordiamo il nome.

 

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