PERUGIA, 1987

 

Le prime immagini della città che mi tornano alla mente sono quelle dell’Arco Etrusco e della lunga gradinata della via Appia, che passa sotto all’antico acquedotto divenuto poi un percorso pedonale pensile. E rivedo ovunque quegli antichi mattoni che, con il loro colore scuro, caratterizzano forse più di ogni altra cosa la città.

Ovviamente, se mi concentro appena un poco, rivedo anche il Palazzo dei Priori, il Duomo e la Fontana Maggiore, anche se ho dimenticato ormai del tutto il percorso che facevo quasi ogni giorno per arrivarci da via Francesco Innamorati, che noi che alloggiavamo nel collegio universitario chiamavamo “via degli innamorati”.

Contrariamente agli altri ospiti non ero più un ragazzo, ma un giovane uomo di trent’anni, che nei primi giorni si era trovato come un pesce fuor d’acqua in mezzo a tanti ragazzi neolaureati. E, proprio per questo, quei due mesi estivi trascorsi a Perugia e vissuti da studente universitario come mai li avevo vissuti quando studente ero davvero, a fatica riesco a collocarli nella linea del tempo della vita. Fanno parte, infatti, di uno di quei periodi staccati da tutto il resto, come il servizio militare, e che nella memoria si collocano come brandelli di una vita parallela. Periodi affollati di volti mai più rivisti e caratterizzati da momenti di grande intensità, ma così lontani dal corso principale della vita da confondersi quasi con un racconto letto a notte fonda.

Ed ecco che, improvvisamente, riaffiora alla mente una ridda di ricordi: immagini, voci, sapori… e sopra tutti un volto di ragazza. E questo è un altro scherzo della memoria, che ora dilata enormemente quei due mesi fin quasi a farli diventare il ricordo di un’intera vita. Di un’altra vita.

Sento la voce del portiere che verso l’ora di pranzo chiama a squarciagola, come quasi ogni giorno, lo stesso cognome per avvisare la solita ragazza dell’ennesima telefonata in arrivo. Rivedo quel simpatico studente canadese di origine araba che mi sorride ogni volta che mi incontra e che, immancabilmente, dopo la mia risposta “ok!” a una sua frase in inglese di cui non ho compreso quasi nulla, mi dice in italiano “tu sei intelligente!” e mi fa segno col pollice alzato. Ed eccomi seduto a tavola in una trattoria dove ho spesso cenato e che non saprei più ritrovare, mentre il simpatico amico bolognese super tecnologico ci comunica la quota individuale usando la calcolatrice del suo modernissimo orologio da polso. Risento la stupenda voce di una ragazza di Pavia che canta delle canzoni di Joan Baez accompagnandosi con la chitarra (la prima volta avevo creduto si trattasse di un disco!). Mi ricordo delle serate trascorse seduti nel prato davanti al Tempio di Sant’Angelo. Rivedo le scale mobili che attraversano la città sotterranea fino ad arrivare alla città nuova, gli squallidi corridoi del collegio e le ancor più squallide camere… e la mia camera, con un letto matrimoniale e uno singolo. Solo diversi giorni dopo il mio arrivo avevo ricostruito che il portiere, avendo letto “insegnante” sulla carta di identità, mi aveva scambiato per un docente dei corsi estivi e mi aveva assegnato una camera tutta per me e per l’eventuale famiglia. Ricordo che, appena entrato, mi ero precipitato ad occupare coi bagagli il letto singolo, inorridito all’idea di dover condividere con un ragazzino maleodorante il letto matrimoniale! Nemmeno durante il servizio militare mi era mai stato richiesto un tale sacrificio perché, per quanto sgangherata e in un letto a castello traballante, ogni soldato aveva la propria branda. Ma per fortuna mi ero sbagliato. Quel giorno non pensavo affatto che dopo un paio di settimane mi sarei trasferito definitivamente nel letto matrimoniale e che lo avrei fatto senza provare orrore!

Seguivo due corsi di matematica, senza troppo impegno. Anzi, forse senza nessun impegno. Non provavo la minima ansia per le prove scritte, che ho comunque superato brillantemente, e tanto meno per il giudizio finale, di cui non mi importava un bel nulla. Quasi una rivincita nei confronti dei durissimi anni della prima giovinezza. C’erano invece molti giovani ambiziosi che si impegnavano a fondo sognando gloria e cattedre universitarie e che sembrava non avessero altro per la testa. E devo ammettere che lei era senza dubbio fra quelli. Ma io ero già vaccinato e avevo visto ben di peggio, per cui la cosa mi lasciava del tutto indifferente.

Dopo il primo scadentissimo pranzo alla mensa universitaria avevo addirittura preso la decisione di ritornare a casa l’indomani stesso, ma l’idea mi passò del tutto dopo quella prima cena insieme a un gruppo di ragazzi e ragazze a cui mi ero aggregato all’ultimo momento. Impossibile non notarla, con quegli occhi e quel sorriso. E, neanche a farlo apposta, seguiva proprio i miei stessi due corsi!

Perugia è una città molto accogliente e a misura d’uomo, con un centro antico davvero molto vasto, fatto di strade e vicoli quasi tutti in pendenza. La città ideale per trascorrerci tutto il tempo degli studi universitari, specialmente per quegli studi che lasciano del tempo libero o per quegli studenti che il tempo libero se lo prendono comunque. Ed è come questi ultimi che, pur fuori età, ho vissuto quei due mesi di luglio e agosto. Due mesi che sembrava non dovessero mai più finire e che, anzi, fossero solo l’inizio di una nuova vita, della vera vita. Invece sono passati per sempre e ormai da tanto tempo e, nel percorso della vita, restano come un breve vicolo laterale senza uscita.

Avevo trent’anni e ricordo di aver dichiarato di compiere proprio in quei giorni il mio primo miliardo di secondi di vita, anche se avevo aggiunto che mi era stato impossibile determinarne l’istante con una precisione superiore ai dieci minuti data l’incertezza dell’orario specificato nell’atto di nascita. In realtà un miliardo di secondi equivalgono a più di trentun anni ma, cosa davvero incredibile, nessuno di quei tanti laureati in matematica si prese la briga di verificarlo e ci credettero tutti! E questo ridicolo e falso traguardo fu l’occasione per l’ennesima festa chiassosa serale nel cortile del collegio. Nessun altro poteva infatti vantare un miliardo di secondi e, in realtà, nemmeno io!

Quei giorni perugini mi avevano dato l’assaggio di come avrebbe potuto essere ben diversa l’esperienza universitaria da quella che avevo sperimentato e mi avevano regalato di nuovo quella spensieratezza totale che avevo vissuto soltanto nelle serate di baldoria con gli amici durante il servizio militare. Con la differenza che in caserma non c’erano tutte quelle ragazze e, soprattutto, non c’era lei.

Ma anche quei due lunghi mesi giunsero al termine ed entrambi ci guadagnammo una lettera di presentazione per un dottorato all’estero e devo aggiungere che lei se la guadagnò in parte proprio grazie a me.  Di quella lettera, che devo avere perduto, non me ne feci nulla, ma lei la usò invece per un dottorato in Francia.

Ero arrivato a Perugia in treno e per tutto il tempo ho soltanto girato a piedi. Sono ritornato in treno insieme a lei, almeno fino a Firenze.  Era molto stanca e si era addormentata con la testa appoggiata sulle mie ginocchia. Siamo scesi a Firenze Santa Maria Novella e abbiamo fatto due passi fuori dalla stazione, senza quasi parlarci. Poi ognuno per la sua strada. Come mi era sembrata fragile e indifesa quando l’ho guardata salire sul treno per Torino… E quell’immagine sulla pensilina è l’ultimo ricordo che ho di lei. Nessuna risposta alle mie tante lettere e cartoline, come se il mio ruolo si fosse concluso con l’ottenimento di quella lettera di presentazione. Come se quei due lunghi e intensi mesi vissuti insieme a Perugia non fossero mai esistiti. 

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