LO SCATTO

 

L’ultima volta che ho visto Massimo è stato molti anni fa, incrociato per caso mentre usciva dall’istituto tecnico dove insegnava lettere. Mi aveva raccontato di essersi laureato in storia e non avevo potuto fare a meno di ricordare la sua passione per le raccolte di soldatini di carta da ritagliare e incollare su cartoncino che venivano pubblicate su “Il corriere dei piccoli”. E in classe, quando si parlava di qualche battaglia, era sempre informatissimo e si entusiasmava più che mai quando si nominava Garibaldi, certamente il suo eroe preferito!

Di Loris ricordo una partita a pallone in cui aveva fatto di corsa tutta la fascia destra del campo con la palla tra i piedi per poi mancare di un soffio l’incrocio dei pali, cosa che gli aveva comunque fatto meritare gli applausi di tutti i presenti.

Elis era taciturno e sempre malinconico. Aveva subito un importante intervento chirurgico alla colonna vertebrale che gli aveva fatto perdere un anno di scuola e , soprattutto,  la possibilità di fare quei giochi che tutti i bambini sani sono soliti fare. L’ho rivisto alcune volte, non molti anni fa, poco prima che morisse, e abbiamo parlato un po’ di tutto. Faceva il bidello e dietro alla sua solita timidezza avevo trovato un uomo impegnato sul fronte sociale, cosa che non mi aveva stupito più di tanto, perché mi ricordavo benissimo della sua profonda onestà.

Anche Luigi non c’è più. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui, accompagnato dalla madre, arrivò nella nostra classe ad anno scolastico iniziato. Ricordo il suo impeccabile fiocco blu, un po’ più largo e scuro di quello degli altri e, soprattutto, il suo sorriso. Abbiamo avuto occasione di frequentarci molte altre volte negli anni della prima giovinezza, poi ci siamo persi di vista.

Io correvo veloce, ma devo ammettere che il più veloce era Claudio M., che abitava in fondo al mio stesso viale. Non so trattenere un sorriso ricordando che leggeva “ha” e “hanno” con l’acca aspirata, come fossero parole inglesi!

Sandro era un tipo strano, ma un gran buon ragazzino. Voleva a tutti i costi che gli facessi dei disegni su un suo quaderno speciale in cambio di qualche gadget del detersivo Tide o di qualche altro prodotto. Ricordo, in particolare, una specie di puzzle in plastica delle Americhe che mi cedeva un pezzo al disegno. L’ho rivisto una sola volta, vestito di un’eleganza ai confini del ridicolo, che camminava spedito in Via Emilia di fronte a Piazza Matteotti.

Stefano, invece, fino a una ventina di anni fa, lo vedevo spesso passeggiare lungo viale Storchi con l’immancabile sigaro. Nonostante non ci siamo mai frequentati, mi ha sempre salutato chiamandomi per nome con un cordialissimo sorriso.

Franco e Marco B. facevano un po’ pane per conto loro. Mi sembra di ricordare che fossero compagni di giochi e che abitassero nello stesso cortile, ma non ne sono sicuro.

E di Marco ce n’erano altri due: Marco M. che aveva un fratello più grande che frequentava già la scuola media e Marco G., piccolo di statura, ma certamente il più scatenato di tutti.

Aldo era l’unico che conoscevo già, perché era uno dei compagni di giochi del mio cortile. Apparentemente altezzoso nel modo di fare, era in realtà molto generoso e sempre pronto a condividere i suoi numerosi e sempre aggiornatissimi giocattoli. Di lui e della sua famiglia ho tantissimi ricordi, anche se dall’adolescenza non ci siamo più frequentati.

Claudio R., arrivato come bocciato dalla classe precedente con l’infamante marchio di “asino”, era invece timido e buono e ha saputo ugualmente trovare la sua strada nella vita.

Di Guido la prima cosa che mi viene in mente è il suo vestito della Cresima: fu l’unico a portare i pantaloni lunghi, con grande invidia di tutti noi. Allora la Cresima si faceva in seconda elementare e i pantaloni lunghi erano un traguardo riservato a chi arrivava in terza media. Inoltre, mentre tutti noi avevamo l’abito grigio, lui era vestito di blu.

Con Giovanni B., anche se abbiamo frequentato lo stesso istituto tecnico, ci siamo ritrovati soltanto nella giovinezza, per rimanere poi legati da un’amicizia indissolubile insieme alle nostre famiglie.

C’era anche un altro Giovanni e, neanche a farlo apposta, i due abitavano nella stessa casa. Un palazzo allora relativamente recente, che fu abbattuto per consentire la realizzazione di un cavalcavia. Giovanni G. l’ho rivisto una volta da adulto e abbiamo fatto una lunga e piacevole chiacchierata.

Maurizio era venuto da Lesignana e si era seduto nel posto accanto al mio. Aveva un anello d’oro con incastonata una minuscola fotografia in bianco e nero di un fratello maggiore morto adolescente. L’ho rivisto una volta soltanto, molti anni dopo, fare l’esibizionista al Bowling.

Carlo suonava la chitarra elettrica almeno dalla quarta elementare e mi ricordo di una volta che la portò a scuola per cantarci la canzone vincitrice dello Zecchino d’Oro.

Mauro M. l’ho ritrovato in prima superiore, ma per lui fu un’esperienza piuttosto infelice e, pur dotato di buone capacità, abbandonò la scuola. Erano anni dove nella scuola tecnica gli “anziani”, un po’ come a soldato, facevano scherzi piuttosto pesanti prendendosela, come sempre, con quelli fisicamente più deboli.

L’altro Mauro M. era un tipo piuttosto originale, ma nella scuola di una volta, in cui si imparava a leggere leggendo molto, a scrivere scrivendo molto e a far di conto calcolando molto, riuscì ugualmente a diplomarsi. Mi è capitato di rivederlo alcune volte nella giovinezza, poi mai più.

Ivan lo ricordo come il più basso di tutti, nonostante avesse già ripetuto un anno.

E, infine, Achille, mio gemello in quanto nato nel mio stesso giorno. Mi sembra di rivederlo, il primo giorno di scuola, in braccio a suo padre per via di quel suo problema a una gamba. Ancora non eravamo stati vaccinati contro la poliomielite.

Ma adesso siamo scesi in cortile e alcuni di noi, me compreso, salgono su due panche, mentre gli altri si dispongono sotto di noi in prima fila. Teniamo tutti le mani unite dietro la schiena, compreso il nostro amato maestro, che è alla nostra sinistra e che, con la sua imponente statura, arriva quasi allo stesso livello delle teste di noi che siamo in piedi sulle panche. 

Chissà se quel lontano giorno di primavera il fotografo era consapevole del prodigio che stava realizzando? Tutte quelle giovani vite, ancora del tutto ignare del proprio futuro, racchiuse in un solo scatto. Tutti, col grembiulino nero e il bavero bianco, qualcuno senza il fiocco e qualcun altro col fiocco disfatto, stiamo probabilmente guardando un punto indicato dal fotografo con la mano, ma, in quella fotografia della terza elementare dell’anno scolastico 1964/1965, sembriamo guardare molto più lontano, quasi a voler sbirciare nel destino che attende ciascuno di noi.

Commenti

Post popolari in questo blog