L’ETNOLOGO
La mia
carriera universitaria ad Harvard la devo interamente a una fortunata
spedizione di cui feci parte nell’ormai lontano 1967. Ero un giovane ambizioso
di ventidue anni appena laureato a pieni voti in etnologia ad Harvard quando il
professor Hulm mi propose di far parte del
ristretto gruppo di persone che lo avrebbe accompagnato in una straordinaria
missione scientifica. Il professor Hulm era infatti convinto che nella caldera del vulcano Bethau, nelle isole del Paramau, inattivo da decine di migliaia
di anni, vivesse una tribù che non aveva mai conosciuto l’uomo bianco e che da
parecchi secoli non doveva aver avuto contatti con altri esseri umani. A
convincerlo di questo fatto era stato il racconto di un elicotterista che aveva
sorvolato il vulcano durante una missione di soccorso in mare, il quale
sosteneva di aver intravisto distintamente, nonostante le nebbie che quel giorno
avvolgevano l’immenso antico cratere, due uomini uscire dalla lussureggiante
vegetazione che ricopre l’antica caldera. Nessuno aveva dato credito al pilota,
poiché la visibilità era davvero molto ridotta. La missione di soccorso fu
infatti un insuccesso e i due pescatori dispersi non furono mai più ritrovati,
ma Hulm, che volle parlare direttamente col pilota, si convinse che era davvero
possibile che una sparuta popolazione umana vivesse in quel piccolo universo
del cratere, isolata da secoli dal resto del mondo.
Partii
per quella missione, dopo tre mesi di duro addestramento, deciso a tenere un
diario dettagliatissimo, che avrei poi trasformato in un articolo di successo e
quindi in un libro. Il corpo della spedizione era costituito da appena sei
persone: il professor Richard Hulm, la dottoressa Doroty Shepard e i giovani
ricercatori Alan Sounder, Martin Sloan e Katerin Scott. Oltre, ovviamente, a
me! La mattina del 12 marzo due piccoli
elicotteri ci trasportarono fin quasi sul bordo del cratere dove, per prima cosa, allestimmo
il campo base.
La
giornata fu dedicata interamente ai preparativi e solo la mattina seguente i
due gruppi di tre persone ciascuno, capitanati rispettivamente dal professor
Hulm e dalla dottoressa Shepard, affrontarono la folta foresta all’interno
della caldera del
vulcano Bethau, per poi prendere direzioni diverse mantenendosi in contatto
radio. Si procedeva a velocità ridottissima, sia per il pesante carico sulle
spalle sia per l’intricata vegetazione. Le zanzare e l’altissimo livello di
umidità facevano il resto. Martin, che insieme a me faceva parte del gruppo del
professor Hulm, mi confidò quasi subito di essersi già pentito di aver
accettato di far parte della spedizione e che, secondo lui, non avremmo trovato
alcuna traccia di esseri umani in quella inospitale foresta. Io, invece,
continuavo a sperare che il professor Hulm avesse ragione e che quella missione
mi avrebbe regalato la fama e una prestigiosa cattedra ad Harvard.
E così
avvenne, perché la mattina del
terzo giorno, prima ancora di fare colazione, ci ritrovammo circondati da una
decina di uomini armati di rozze lance che ci guardavano immobili. Erano bassi
e di corporatura minuta e se ne stavano muti. Fu il professor Hulm a prendere
l’iniziativa e ad avvicinarsi, col braccio destro allungato in avanti e la mano
aperta, verso quello che sembrava essere il più autorevole di loro per via
della vistosa colorazione del volto e del torace. Quando il
professor Hulm gli fu vicino, l’uomo indietreggiò timoroso e il professore
allora si fermò, sempre con la mano tesa. Poi il capo si fece avanti e toccò la
mano del
professore con la sua, ritraendola di colpo come se avesse toccato un carbone
ardente. Ripetè altre due volte il gesto, quindi iniziò a ridere e anche tutti
gli altri uomini risero con lui. Avevo già finito il primo rullino di
fotografie quando, insieme a Martin, cominciai ad avvicinarmi agli indigeni
seguendo la raccomandazione del
professor Hulm di procedere lentamente e sorridendo.
Il capo
scambiò qualche parola incomprensibile con gli altri uomini, che iniziarono ad
addentrarsi nella foresta con lui in coda. L’uomo si voltava continuamente
verso di noi, ripetendo sempre lo stesso suono, che doveva evidentemente essere
un invito a seguirlo. Così infatti ci disse di fare il professor Hulm. Martin,
che aveva la radio, comunicò eccitato a Katerin dell’avvenuto incontro,
invitando il gruppo della dottoressa Shepard a raggiungerci seguendo le tracce
che avevamo lasciato lungo il cammino. Ci sarebbero voluti almeno quattro giorni.
In poco
più di un’ora di cammino, durante il quale il capo, un uomo di cui mi era
impossibile stimare l’età, continuava a voltarsi indietro ripetendoci in modo
quasi ossessivo lo stesso suono, raggiungemmo finalmente un villaggio di una
ventina di capanne. I primi indigeni della fila dovevano essere arrivati
diversi minuti prima di noi, perché appena giunti al villaggio ci accolse un
nugolo di bambini festosi completamente nudi che, dopo aver fatto un po’ di
baccano, si misero a guardarci in silenzio con gli occhi spalancati. Fuori
dalle capanne erano rimaste le donne che, come gli uomini, sembravano essere
fatte tutte con lo stesso stampo. Del
resto in quella tribù dovevano certamente essere tutti consanguinei da
innumerevoli generazioni. Scattai due rullini di fotografie in pochi minuti.
Alcune donne sorridevano, altre avevano un’espressione seria, ma tutte quante
non staccavano lo sguardo da noi neppure per un istante. Alcune stavano
allattando in piedi, coi loro seni flaccidi e cadenti, un piccolo appeso alle
loro spalle avvolto in una specie di rete di fibre vegetali; altre avevano
appena interrotto il lavoro, che consisteva nel macinare delle granaglie con un
mortaio rudimentale. Impossibile stimare l’età degli adulti. Anche le donne che
stavano allattando, che pure dovevano essere certamente molto giovani, non
avevano nel loro sguardo nulla che ricordasse la spensierata giovinezza.
Probabilmente anche tra gli uomini che avevamo incontrato per primi dovevano
essercene di molto giovani, ma non sapevo in nessun modo stimare la loro età.
Persino il capo, che aveva l’aspetto di un uomo maturo, avrebbe potuto avere
una quarantina d’anni ma forse anche solo una trentina. Sembrava evidente che
tutti, persino i bambini, dovevano aver capito che il canuto professor Hulm,
con la sua corporatura robusta e la lunga barba bianca, doveva essere la
persona più autorevole tra noi. Del
resto era stato lui ad avanzare per primo verso gli indigeni. Dovevamo sembrare
loro tre giganti.
A un
certo punto il capo cominciò a toccare i nostri abiti, forse per tentare di
capire di cosa fossero fatti, e, soprattutto, gli scarponi. A quel punto, senza
mostrare il minimo timore, anche gli altri indigeni, e persino le donne e i
bambini, iniziarono a toccarci. Ricordo una donna che inziò a toccare i miei
capelli biondi e lisci, seguita subito da altre donne, che trovarono la cosa
molto divertente. Certamente non avevano mai visto un uomo così alto, con la
carnagione così chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri e mi fissavano con
insistenza, senza dimostrare alcun pudore. Anche la barba del professor Hulm sembrò essere
particolarmente apprezzata. Poi fu la volta
dei bambini, che volevano toccare tutti i nostri oggetti e, almeno loro,
ridevano divertiti.
A un
certo punto mi accorsi che, sulla soglia di una capanna, una ragazza
giovanissima, certamente ancora non maritata, mi stava fissando. Appena
incontrato il mio sguardo girò la testa da un lato coprendosi il viso con una
mano, per poi rivolgermi di nuovo lo sguardo sorridendo. Ricambiai il sorriso,
ma lei, coprendosi di nuovo il volto, rientrò subito nella capanna. Mi colpì
quel suo comportamento, così straordinariamente simile a quello di una timida
ragazza occidentale ed evidentemente così universale.
Imparammo
poi che quello che ci era sembrato essere il capo era soltanto il più anziano
tra gli uomini che erano usciti forse per la caccia. Fummo infatti condotti in
una capanna dove stava seduto un uomo pieno di tatuaggi e col volto pieno di
rughe, che doveva essere l’uomo più anziano e autorevole del villaggio. Inutile dire che, a quel
punto, avevo già scattato una cinquantina di fotografie. Ci offrì del cibo, un pastone
bianco dal sapore orrendo, e noi gli offrimmo di assaggiare il nostro, che dopo
il primo boccone rifiutò senza riuscire a nascondere il suo disgusto. Gli
mostrammo anche l’uso di un cucchiaio, cosa che lo divertì moltissimo. Con
grande generosità ci riservarono una capanna e il professor Hulm, con grande
sorpresa di tutti noi, riuscì a
comunicare al capo che c’erano in cammino ancora due donne e un uomo che
facevano parte della nostra spedizione. Lo vidi indicare ripetutamente due
donne indigene e un uomo e toccarsi il petto, ma ci volle un bel po’ di tempo
perché i due si intendessero. Passammo il resto del pomeriggio a osservare un
gruppo di uomini che, seduti a terra, stavano lavorando con straordinaria
abilità delle pietre per produrre punte di lancia e altri utensili che ci
saremmo poi preoccupati di identificare nei giorni successivi. Il professor
Hulm aveva infatti in programma di riuscire a stimare le età di ciascuno degli
abitanti del villaggio e di misurare la loro
statura, le dimensioni del
cranio e altri parametri fisici e registrare i suoni della loro lingua.
Riteneva addirittura di avere già compreso il significato di alcune parole. A
questo scopo si aspettava un aiuto decisivo dalla dottoressa Shepard, che
sarebbe arrivata con Alan e Katerin entro quattro giorni. Il mio compito
principale sarebbe stato quello di documentare fotograficamente ogni cosa.
La prima
notte nella capanna non riuscii a dormire. C’era un fetore insopportabile, che
Martin intuì provenire da una specie di sacchetto appeso al soffitto di canne.
Dopo averlo aperto ci trovò un paio di dita e un orecchio mummificati,
appartenuti evidentemente a qualche importante defunto del villaggio. Ma non fu quello il motivo
che mi impedì di dormire, quanto invece l’eccitazione per la scoperta di quella
tribù. Non ho mai più dimenticato le parole che ci disse il professor Hulm
prima di coricarci su una misera stuoia coperta di foglie secche: “Ragazzi
miei, oggi abbiamo incontrato degli uomini dell’età della pietra. È come se
stessimo osservando dei nostri antenati di ventimila anni fa! È incredibile che
siamo riusciti a comunicare, anche se solo alcune cose elementari!”.
A questo
punto potrei continuare il racconto narrandovi tutto quello che accadde nei
giorni successivi, dell’arrivo della squadra della professoressa Shepard e
della festosa accoglienza riservata loro dagli indigeni, della meraviglia suscitata
dai lunghi capelli rossi di Katerin, delle innumerevoli sorprese riservateci
dalla vita quotidiana di quegli indigeni e tante altre cose, ma tutto questo lo
potete trovare scritto nel mio articolo pubblicato sulla rivista “Nature” nel
numero di marzo del 1968 e, con ancor maggiore dovizia di dettagli, nel libro
che terminai di scrivere due anni dopo, illustrato da un centinaio di
fotografie, in cui descrissi nei minimi particolari l’intera missione.
No, non è
questo che voglio ricordare oggi. È passato più di mezzo secolo da
quell’incontro e, che io sappia, nessuno ha più avuto contatti con quella
tribù. Il governo locale accettò infatti la proposta del professor Hulm di salvaguardare quegli
indigeni dal rischio di essere sterminati dalle malattie con cui noi conviviamo
da secoli e che per loro sarebbero state quasi certamente fatali. Il mio libro
ha venduto abbastanza copie da farmi diventare ricco e famoso e pochi anni dopo
quella missione ho ottenuto la cattedra di etnologia ad Harvard e sono stato il
più giovane professore di tutta l’università. Ho avuto il successo che avevo
desiderato così ardentemente nella prima giovinezza, ma non è nemmeno questo
che voglio ricordare oggi. C’è una cosa, infatti, che non ho scritto in quel
libro e che oggi, dopo più di mezzo secolo, ormai vecchio di più di
settant’anni, sento il bisogno di scrivere. Quando lasciammo il villaggio,
tutti gli abitanti ci salutarono festosamente e solo allora, voltandomi
un’ultima volta per salutarli col braccio
alzato, mi accorsi che era ricomparsa sul limitare della solita capanna quella
giovanissima ragazza che non avevo più rivisto. E questa volta
non sorrideva e non si copriva il volto, ma ci guardava con uno sguardo quasi
disperato che non ho più dimenticato. E fui certo che non stava guardando noi
in generale, ma me in particolare. Allora mi fermai cercando di farle capire
che stavo salutando proprio lei, ma la ragazza rimase immobile senza cambiare
espressione. Proprio allora il professor Hulm mi toccò una spalla per dirmi che
dovevamo seguire gli uomini che ci avrebbero riportati nel punto in cui li
avevamo incontrati e mi misi in cammino. Mi girai un’ultima volta
e la ragazza era ancora là, immobile.
La
dottoressa Shepard aveva stimato che la speranza di vita di quegli indigeni era
circa di una quarantina di anni e credo che quella ragazza sia morta da tanto
tempo ormai. Ho avuto tante donne, ma non ho mai smesso di pensare a lei. In
tanti momenti della mia vita il mio pensiero è ritornato a quel villaggio e so
che nei momenti difficili ho desiderato più volte di essere di nuovo là. Credo
che il mio ultimo pensiero andrà al ricordo di quella ragazza. E forse anche
lei non mi ha mai dimenticato.
“È come
se stessimo osservando dei nostri antenati di ventimila anni fa! È incredibile
che siamo riusciti a comunicare, anche se solo alcune cose elementari!” aveva
detto quella sera il professor Hulm. Ma io so che sarebbe stato possibile
andare ben oltre. So che avrei potuto amare una ragazza di ventimila anni fa…
Anzi, so che avrei voluto amare una ragazza di ventimila anni fa!
Commenti
Posta un commento