LE PAROLE DELLA MAMMA
Ancora,
quando ero piccolo, si poteva sentir dire da qualche vecchia la frase “i maschi
devono fare il soldato e le femmine devono partorire”. Una frase che oggi verrebbe
subito bollata come il prodotto di una società maschilista ma che, in realtà,
si limitava semplicemente a descrivere nel linguaggio della gente comune le
principali occasioni nelle quali un uomo o una donna sopravvissuti all’infanzia
potevano maggiormente rischiare di morire. In fondo, credo di appartenere alla
prima generazione che ha prestato un servizio militare paragonabile appena a un
lungo campo scout obbligatorio e che non ha dovuto combattere un solo minuto.
Se guardo invece alle generazioni precedenti, da quella di mio padre a quella
dei miei nonni, tutti hanno dovuto sperimentare l’orribile esperienza
Sta di fatto che quando ero bambino, benché le cose
cominciassero decisamente a cambiare, questo detto che i maschi dovevano fare
il soldato e le donne dovevano partorire era ancora di moda. Tutte le bambine
giocavano con la bambola, che era un antico addestramento alla maternità, e il
gioco più diffuso tra i bambini era senz’altro quello dei soldatini. Quella di
Da bambino abitavo poco distante da una grande caserma
di artiglieria campale e dopo la libera uscita si vedevano ovunque dei soldati,
con quel giubbotto corto e la bustina. Si andava a soldato a 21 anni, con la
maggiore età, e quei ragazzi in divisa mi sembravano uomini fatti. Anzi, per
anni ho creduto che i vent’anni fossero l’apice della vita per un uomo e che
dopo subentrasse il grigiore indefinito della maturità.
Un pomeriggio di tanti anni fa, avrò avuto forse cinque anni, ero andato a giocare in un altro cortile con un bambino di nome Mauro, di due anni più grande. Come di regola, i più grandi si divertivano a fare dispetti ai più piccoli o a spaventarli e fu proprio quello che accadde quel pomeriggio. Questo Mauro, un biondino coi capelli lisci, aveva subìto non so quale incidente che gli aveva lasciato una grossa cicatrice in un tallone. Allora nessuno portava i pantaloni lunghi prima dei 12 o 13 anni e le gambe, piene di cicatrici e con le ginocchia callose e scure, erano in bella vista persino in inverno. Non ricordo se fui io a chiedergli che cosa avesse fatto in quel piede o se fosse stato lui ad accorgersi che lo stavo fissando con troppa attenzione, fatto sta che colse al volo l’occasione per spaventarmi a morte. Mi disse che si era fatto male e che per questo non avrebbe fatto il soldato. Mentre io, che non avevo avuto un problema come il suo, avrei dovuto farlo e che sarebbe stato terribile. Mi avrebbero fatto delle punture (una delle cose più temute dai bambini e la più convincente minaccia delle madri per i bimbi considerati a ragione o a torto inappetenti) e, cosa ben peggiore, non me le avrebbero fatte nel sedere, ma addirittura nel petto! E che avrei dovuto strisciare sotto dei fili spinati mentre altri soldati avrebbero sparato appena sopra la mia testa, col rischio di rimanere colpito se l’avessi alzata di troppo! Che avrei dovuto lanciare delle bombe col rischio che mi esplodessero tra le mani! E a rendere ancora più terribile quest’ultima affermazione c’era il ricordo dell’immagine di un bambino che urlava agitando un moncherino insanguinato che appariva in un manifesto affisso nelle scuole e in altri luoghi pubblici allo scopo di mettere in guardia i bambini dal prendere in mano qualche ordigno bellico rimasto inesploso. Il risultato fu che tornai a casa terrorizzato.
Non dissi niente a nessuno e tenni tutto per me, ma la
sera, a letto, cedetti al peso dell’angoscia e mi misi a piangere. Mia madre,
che era in cucina, fu subito da me. Mi sembra ancora di rivederla, china su di
me da dietro il letto, con la testa capovolta, nella fioca luce di una
lampadina a filamento verniciata con uno smalto grigio per ridurne la
luminosità e che rimaneva accesa tutta la notte. Mio fratello dormiva già e mia
madre mi chiese sottovoce, con dolcezza, che cosa avessi da piangere. Allora
vuotai il sacco e le raccontai tutte le cose terribili che mi aveva detto quel
compagno di giochi. E qui avvenne quel miracolo che solo le madri sanno fare.
Con poche parole mi tranquillizzò in modo definitivo. “Ma non devi piangere!
Perché quando andrai a soldato non sarai più un bambino, ma un uomo… E non
avrai paura di nessuna di queste cose!”. Una risposta così lucida e così
convincente, che mi addormentai sereno e non ci pensai mai più.
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