LE PAROLE DELLA MAMMA

 

Ancora, quando ero piccolo, si poteva sentir dire da qualche vecchia la frase “i maschi devono fare il soldato e le femmine devono partorire”. Una frase che oggi verrebbe subito bollata come il prodotto di una società maschilista ma che, in realtà, si limitava semplicemente a descrivere nel linguaggio della gente comune le principali occasioni nelle quali un uomo o una donna sopravvissuti all’infanzia potevano maggiormente rischiare di morire. In fondo, credo di appartenere alla prima generazione che ha prestato un servizio militare paragonabile appena a un lungo campo scout obbligatorio e che non ha dovuto combattere un solo minuto. Se guardo invece alle generazioni precedenti, da quella di mio padre a quella dei miei nonni, tutti hanno dovuto sperimentare l’orribile esperienza del combattimento. Attraverso la mia nonna materna mi è giunto persino il ricordo di un mio trisavolo che ha combattuto la sanguinosissima battaglia di San Martino del 1859. E per trovare una donna di famiglia morta di parto mi basta, ancora una volta, andare alla generazione dei miei genitori e, in particolare, alla sorella maggiore di mia madre, che non ho mai conosciuto. Partorire in casa, con solo l’assistenza di una levatrice, non era uno scherzo e morire di parto era un evento tutt’altro che raro.

Sta di fatto che quando ero bambino, benché le cose cominciassero decisamente a cambiare, questo detto che i maschi dovevano fare il soldato e le donne dovevano partorire era ancora di moda. Tutte le bambine giocavano con la bambola, che era un antico addestramento alla maternità, e il gioco più diffuso tra i bambini era senz’altro quello dei soldatini. Quella di dover fare il soldato era una certezza che, più o meno consapevolmente, accompagnava i bambini fin dall’infanzia, così come ogni bambina dava per scontato che prima o poi sarebbe diventata una mamma. Fare il soldato era considerata una tappa obbligatoria della vita comune a tutti i maschi, come fare la Cresima o prendere moglie.

Da bambino abitavo poco distante da una grande caserma di artiglieria campale e dopo la libera uscita si vedevano ovunque dei soldati, con quel giubbotto corto e la bustina. Si andava a soldato a 21 anni, con la maggiore età, e quei ragazzi in divisa mi sembravano uomini fatti. Anzi, per anni ho creduto che i vent’anni fossero l’apice della vita per un uomo e che dopo subentrasse il grigiore indefinito della maturità.

Un pomeriggio di tanti anni fa, avrò avuto forse cinque anni, ero andato a giocare in un altro cortile con un bambino di nome Mauro, di due anni più grande. Come di regola, i più grandi si divertivano a fare dispetti ai più piccoli o a spaventarli e fu proprio quello che accadde quel pomeriggio. Questo Mauro, un biondino coi capelli lisci, aveva subìto non so quale incidente che gli aveva lasciato una grossa cicatrice in un tallone. Allora nessuno portava i pantaloni lunghi prima dei 12 o 13 anni e le gambe, piene di cicatrici e con le ginocchia callose e scure, erano in bella vista persino in inverno. Non ricordo se fui io a chiedergli che cosa avesse fatto in quel piede o se fosse stato lui ad accorgersi che lo stavo fissando con troppa attenzione, fatto sta che colse al volo l’occasione per spaventarmi a morte. Mi disse che si era fatto male e che per questo non avrebbe fatto il soldato. Mentre io, che non avevo avuto un problema come il suo, avrei dovuto farlo e che sarebbe stato terribile. Mi avrebbero fatto delle punture (una delle cose più temute dai bambini e la più convincente minaccia delle madri per i bimbi considerati a ragione o a torto inappetenti) e, cosa ben peggiore, non me le avrebbero fatte nel sedere, ma addirittura nel petto! E che avrei dovuto strisciare sotto dei fili spinati mentre altri soldati avrebbero sparato appena sopra la mia testa, col rischio di rimanere colpito se l’avessi alzata di troppo! Che avrei dovuto lanciare delle bombe col rischio che mi esplodessero tra le mani! E a rendere ancora più terribile quest’ultima affermazione c’era il ricordo dell’immagine di un bambino che urlava agitando un moncherino insanguinato che appariva in un manifesto affisso nelle scuole e in altri luoghi pubblici allo scopo di mettere in guardia i bambini dal prendere in mano qualche ordigno bellico rimasto inesploso. Il risultato fu che tornai a casa terrorizzato. 

Non dissi niente a nessuno e tenni tutto per me, ma la sera, a letto, cedetti al peso dell’angoscia e mi misi a piangere. Mia madre, che era in cucina, fu subito da me. Mi sembra ancora di rivederla, china su di me da dietro il letto, con la testa capovolta, nella fioca luce di una lampadina a filamento verniciata con uno smalto grigio per ridurne la luminosità e che rimaneva accesa tutta la notte. Mio fratello dormiva già e mia madre mi chiese sottovoce, con dolcezza, che cosa avessi da piangere. Allora vuotai il sacco e le raccontai tutte le cose terribili che mi aveva detto quel compagno di giochi. E qui avvenne quel miracolo che solo le madri sanno fare. Con poche parole mi tranquillizzò in modo definitivo. “Ma non devi piangere! Perché quando andrai a soldato non sarai più un bambino, ma un uomo… E non avrai paura di nessuna di queste cose!”. Una risposta così lucida e così convincente, che mi addormentai sereno e non ci pensai mai più.


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