LE PAGINE STRAPPATE

 

La vecchia scuola elementare da molti anni era stata riconvertita in una scuola materna o, come si dice oggi, in una scuola primaria di primo grado. Le grandi finestre erano state ridimensionate e le cubature delle enormi aule erano state ridotte mediante controsoffittature, probabilmente per ridurre le spese di riscaldamento.  Era una domenica d’estate e il cortile era deserto. Si fermò con le mani aggrappate alla rete di recinzione a fissare quella scala di ingresso da cui era sceso l’ultima volta il giorno della prova orale dell’esame di licenza elementare e che non aveva mai più risalito.

Quando stava ormai per riprendere la passeggiata si accorse improvvisamente che il vecchio cancello era soltanto socchiuso e che la catena abbracciata ai montanti penzolava senza lucchetto dalle traverse. Sapeva benissimo che non era ammesso l’ingresso agli estranei ma, sfilata la catena e scostata un’anta, in un attimo si ritrovò nel cortile della scuola. Non c’era anima viva. Salì allora i gradini della scalinata che conduceva al portone di ingresso e, con grande sorpresa, vide, seduta su una sedia, la vecchia bidella, che stava lavorando a uncinetto.

- Sei Giorgio, vero? Il più piccolo dei due fratelli. Ti ho riconosciuto subito!

- Che piacere rivederla, signora Gardenia!

- C’è il tuo maestro che ti sta aspettando nell’aula di terza. Sei un po’ in ritardo.

- Grazie, signora. Vado subito!

Il maestro era seduto alla cattedra, con a fianco una pila di piccoli quaderni con la copertina blu plastificata, intento a correggere un compito. Era proprio come se lo ricordava: col panciotto e l’immancabile farfallino annodato al colletto della camicia. Non voleva disturbarlo e aspettò che fosse lui ad accorgersi del suo arrivo. Poco dopo, infatti, il maestro strappò una pagina, l’accartocciò e, nel girarsi per gettarla nel grosso cestino, si accorse di lui.

- Buongiorno, signor maestro! Mi riconosce?

- Certo che ti riconosco. Anzi, ti stavo aspet-tando già da un po’.

- Mi scusi per il ritardo, ma non mi ricordavo dell’appuntamento.

- Non importa, ho già iniziato e, ormai, mi è rimasto solo l’ultimo quaderno.

- Ma… quelli sono i quaderni blu dei com-ponimenti, vero? E… sono proprio i miei! Mia madre, purtroppo, li aveva buttati tanti anni fa in occasione del primo trasloco.

- Io, invece, li ho conservati tutti. Ho conservato tutti i quaderni di tutti i miei alunni e, come di consuetudine, dopo undici lustri li rileggo per un’ultima volta.

E prima ancora di finire la frase strappò un’altra pagina dal quaderno.

- Mi scusi, signor maestro, ma perché strappa quelle pagine? C’erano degli errori così gravi?

- No, anzi, quest’ultima pagina era scritta molto bene. Mi ha sempre colpito il tuo modo di scrivere, sempre così direi quasi scientifico e corredato di numeri.

- Allora… come mai ha strappato quelle pagine?

- Strappo le pagine dei sogni infantili che non si sono avverati. Per esempio in questa pagina avevi scritto: “Fra pochi anni l’uomo andrà sulla luna e quando sarò grande sarà già andato anche su Marte, il mio pianeta preferito. Penso che farò diversi viaggi su Marte, perché sono sicuro che mi piacerà moltissimo, anche se dista da noi dai 40 a 377 milioni di chilometri e dovrò prendere con me molti libri da leggere…”

- Non mi ricordavo più di avere scritto quella frase, ma adesso che me l’ha riletta… E le altre pagine? Posso raccoglierle e rileggerle?

- Mi dispiace, ma non puoi. È una regola fondamentale.

- Solo una! Posso? Quella che ha gettato quando sono entrato.

- E va bene. Ma soltanto quella.

- Grazie, signor maestro.

Raccolse il foglio accartocciato e lo riaprì. Riconobbe la sua scrittura di bambino, che si sforzava di costringere il corpo principale delle lettere in quelle righe strette di terza e l’occhio cadde subito sulla frase che il maestro aveva sottolineato con la matita blu e con a margine la nota: sogno non realizzato. La rilesse ad alta voce: “Da grande farò l’astronomo e andrò a lavorare all’Osservatorio di Monte Palomar, dove c’è il telescopio più grande del mondo. Il suo specchio principale ha un diametro di 508 centimetri e pesa circa 15 tonnellate…”

- Caro signor maestro, lei non immagina quante volte avevo desiderato di rivederla e di ringraziarla per tutto quello che mi ha insegnato. Posso tornare ancora?

- Qui a scuola credo proprio di no, ma puoi venire a trovarmi al cimitero, subito di là dalla ferrovia. Ma in quello nuovo.

- E… dove?

- Basta che tu chieda in portineria e gli dica che sono morto nel 1989. Loro ti diranno dove trovarmi.

- Verrò a trovarla senz’altro, signor maestro.

- Bene. I tuoi quaderni adesso sono a posto. Ti aspetto!

- Allora… Arrivederci!

- Arrivederci, Giorgio.

Varcò di nuovo la soglia del portone e salutò un’ultima volta la signora Gardenia e, in un attimo, si ritrovò sulla strada. Volle dare un ultimo sguardo alla scuola e si accorse che il cancello era chiuso, con la catena avvolta ai montanti e bloccata con un grosso lucchetto. Riprese allora la passeggiata e, quasi senza accorgersene, infilò il sottopassaggio pedonale che portava al cimitero.

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