LA VENDETTA

 

Il cecchino sparava da una casa semidistrutta dal bombardamento e aveva già ucciso due soldati. Non si capiva se avesse sparato da una finestra o dal tetto, ma bisognava assolutamente farlo fuori e il sergente gli fece cenno di seguirlo.

Si avvicinarono all’edificio, coperti dal fuoco di quattro soldati della loro squadra, e guadagnarono di corsa l’ingresso. Il sergente si fermò al primo piano e gli urlò con quanto fiato aveva in gola di salire al piano superiore. Il frastuono assordante dei pezzi di artiglieria, che stavano ora bombardando il quartiere adiacente, rendeva quasi impossibile parlarsi. Salì di corsa le scale col fucile imbracciato, pronto a sparare, con la divisa imbiancata dai calcinacci che cadevano da ogni parte.

Giunto al secondo piano, dopo un attimo di esitazione, aprì con un calcio la porta socchiusa e si trovò in un ampio locale con una parete crollata e il pavimento disseminato di oggetti di ogni genere. Fatti pochi passi vide alla sua sinistra un uomo che tentava di nascondersi dietro a ciò che restava di un armadio.

Vistosi scoperto, l’uomo, non più giovane, alzò subito le mani cercando di mostrare che era disarmato e che non aveva nessuna intenzione di opporre resistenza. Era visibilmente terrorizzato, come se temesse di perdere qualcosa di più importante ancora della vita. Ma la raffica partì come se a decidere fosse stato il fucile stesso e l’uomo cadde a terra senza un grido.

Ed ecco che un ragazzino macilento, sbucato da chissà dove, si gettò sul corpo esanime dell’uomo, abbracciandolo e baciandolo tra singhiozzi e urla disperate. Poi, dopo un attimo di silenzio, il ragazzino sollevò lo sguardo verso di lui, che era rimasto immobile, e, puntandogli contro il dito e fissandolo con uno sguardo terribile e sproporzionato all’età, gli urlò contro parole di fuoco in quella lingua per lui incomprensibile. Allora abbassò il fucile.

In quel momento il rumore dei bombardamenti cessò e si sentirono dei passi di corsa dalle scale. Una raffica di mitra e il ragazzo ricadde sul corpo dell’uomo: il sergente, appena intravista la sua sagoma, aveva aperto il fuoco.

Il bombardamento riprese immediatamente, ma i due rimasero ancora per qualche secondo immobili davanti a quella scena. Il graduato si riprese per primo e gli gridò: “Deve essere sul tetto! Andiamo, prima che ammazzi qualcun altro!”

La guerra era finita da più di cinquant’anni. Aveva portato a casa la pelle e trovato un impiego in un’agenzia di assicurazioni, dove aveva fatto una discreta carriera. Si era sposato con la ragazza con cui si era fidanzato prima di partire per le armi ed era diventato padre e nonno.

Ormai verso l’ottantina, rimasto vedovo e coi figli sposati, si era ritrovato a vivere solo in una casa divenuta troppo grande per lui. Godeva ancora di una salute invidiabile, ma da qualche settimana un sogno ricorrente lo perseguitava.

 Per quanto la sera cercasse di distrarsi, appena addormentato, gli capitava ogni notte di rivivere in sogno quel lontano giorno in cui, insieme al sergente Gazzetta, aveva scovato e ucciso un cecchino sul tetto di una casa semidistrutta da un bombardamento.

A differenza della realtà, nel sogno non si sentivano i colpi delle artiglierie e gli spari dei fucili. Anzi, tutto accadeva in un silenzio inquietante.

Ogni volta saliva di corsa le scale col fucile imbracciato e, arrivato al secondo piano, si ritrovava in un soggiorno simile a quello della casa dove aveva abitato da bambino. L’uomo lo fissava con uno sguardo sconsolato e lui premeva il grilletto e lo ammazzava. A questo punto arrivava il ragazzino, che però adesso parlava la sua stessa lingua e che, puntandogli il dito, gli gridava: “Maledetto! Quando sarò grande ti ucciderò!”. Ed ecco che, immancabilmente, arrivava il sergente che, con una raffica di colpi, lo uccideva.

Quella sera faceva molto caldo e non si decideva a coricarsi. Si era fatto tardissimo e aveva persino bevuto per cercare di vincere la paura di ripetere ancora una volta quel sogno angosciante. Alla fine decise di rimanere seduto sulla poltrona nella veranda e di tenersi sveglio con la lettura di un libro divertente. All’improvviso, però, i suoi occhi si chiusero e cominciò a sognare ancora una volta lo stesso sogno.

Ed eccolo che stava di nuovo salendo le scale di corsa fino al secondo piano, dove l’uomo dal solito sguardo rassegnato lo aspettava nel soggiorno della sua infanzia. Ancora una volta lui lo uccideva, poi entrava in scena il ragazzino, col solito dito puntato contro di lui.

Ma questa volta il ragazzino non piangeva e non gridava: lo fissava invece intensamente con un sorriso terribile, senza dirgli una parola. Allora, spaventato, volle sparargli, ma si accorse di non avere più il fucile, che era invece finito misteriosamente nelle mani del ragazzo, che ora glielo stava puntando contro con sul viso un’espressione diabolica.

Ecco che il ragazzo prese la mira, pronto a sparare. Cominciò allora a chiamare il sergente, sempre più forte, ma il sergente non arrivava. Provò a scappare, ma la porta era chiusa e non riusciva ad aprirla. Si mise allora a gridare al sergente di fare in fretta. Gridava sempre più forte, ma il sergente non arrivava.

Si voltò terrorizzato e vide il ragazzo nell’atto di premere il grilletto. Gridò ancora più forte, con tutto il fiato che aveva.

Fu solo il pomeriggio seguente che il vicino di casa lo trovò morto sulla poltrona, con gli occhi sbarrati e il viso contratto in una orribile smorfia di dolore.

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