LA SOSTA

 

Da molti mesi il peso della quotidianità gli era divenuto insopportabile e non esisteva ormai più un solo luogo in cui potesse trovare riparo dalla malinconia né un solo ricordo del passato che riuscisse a placare l’opprimente consapevolezza della fuga del tempo. Aveva infatti irreversibilmente contaminato ogni luogo in cui era stato felice col rivisitarlo nei momenti di maggiore malessere e ogni ricordo gioioso col rievocarlo invano nel tentativo di addormentarsi.

Quella fredda domenica di dicembre, dopo l’ennesima notte insonne, salì sull’automobile e si diresse verso la montagna per raggiungere un luogo in cui aveva trascorso una serena estate dell’infanzia. Era partito già sapendo che sarebbe stato tutto inutile e che, ancora una volta, avrebbe finito col distruggere l’incanto di un luogo caro della memoria, forse l’ultimo che gli era rimasto.

Dopo meno di due ore parcheggiò in piazza Vittorio Veneto e subito si meravigliò di trovarla così piccola. Faceva molto freddo e, appena sceso dall’automobile, sollevò il bavero del cappotto per proteggersi dal vento.

Riconobbe subito la casa dove aveva alloggiato in quella lontana estate e, per un attimo, gli sembrò di rivedere la signora Veneranda seduta sulla panchina di legno a fianco del portone. Si avviò verso un bar per prendere qualcosa di caldo, poi si mise a passeggiare a caso per il paese.

Si meravigliò di ritrovare un negozio di giocattoli della sua infanzia, anche se la vetrina era completamente cambiata e non c’era  più il fortino con le giubbe rosse e nemmeno il missile col paracadute da lanciare con la fionda.

Tutto a un tratto, mentre guardava la vetrina, si ricordò di quel lontano giorno in cui aveva nascosto una moneta da 10 lire in una fessura tra due pietre del muro accanto alla chiesa e, in preda a un’ansia improvvisa, si avviò a passo veloce verso il campanile deciso a ritrovarla. L’aveva nascosta pensando che un giorno gli avrebbe fatto piacere ritrovarla, quasi a voler dimostrare a se stesso che già da bambino sapeva che il tempo sarebbe passato.

Mentre si avvicinava all’incrocio che portava alla chiesa, si ricordò di aver ingegnosamente codificato in una sola parola le istruzioni per ritrovare il punto esatto del muro. Non riusciva però a ricordare né la parola né la regola che consentiva di interpretare la parola. E pensare che si era illuso di avere escogitato un metodo infallibile!  Non aveva tenuto conto degli effetti collaterali del tempo!  Sperò allora che la sua formidabile memoria visiva l’avrebbe aiutato ma, svoltato l’angolo, vide che il muro era stato abbattuto e sostituito da una cancellata.

Intristito, riprese a camminare a caso. Gli bastò una mezzora per percorrere più di una volta ogni strada del paese e, tornato per la terza volta nella piazza, decise infine di ripartire.

Si era pentito di essere ritornato e ora pensava quasi con rabbia a quella sua assurda ostinazione a voler rivivere ciò che non è più.

Vagò senza meta per quasi due ore, prendendo strade che non conosceva e leggendo insegne di località che non aveva mai sentito nominare. A un certo punto si imbatté in un distributore di benzina e ne approfittò per fare il pieno. Il benzinaio gli diede il resto senza dire una parola e si limitò a rispondere al suo saluto con un cenno della mano. Riprese la strada, senza aver deciso dove andare.

Adesso gli era venuta fame, ma si era fatto troppo tardi per trovare un ristorante aperto e, anzi, gli fu difficile persino trovare un bar, dove si dovette accontentare di un cappuccino con una brioche confezionata, vecchia forse di un anno.

Doveva essersi allontanato parecchio, perché un cartello stradale gli indicava che stava entrando nella Provincia di Parma. Cominciava a calare la sera e pensò bene di puntare verso la pianura, dove gli sarebbe stato più facile trovare la via del ritorno.

Fu presto buio e, superati a caso due bivi privi di indicazioni, si ritrovò in un piccolo borgo. L’unica luce proveniva da un portone con sopra un insegna dipinta sul muro.

Rallentò in modo da poter vedere meglio. Sembrava proprio un negozio di alimentari e decise di fermarsi, perché sentiva il bisogno urgente di mettere qualcosa nello stomaco.

Era uno di quegli empori dove si può trovare di tutto: dagli alimenti ai giornali e dai casalinghi al materiale elettrico. Subito comparve da dietro una tenda una signora molto anziana, che gli chiese gentilmente in cosa potesse servirlo.

Dopo una rapida occhiata sul banco, si decise per un panino con la mortadella. La vecchietta, che aveva intuito che quel panino sarebbe stata la sua cena, gli disse che, se voleva accomodarsi di là, gli avrebbe potuto offrire anche del gnocco fritto(*) e un bicchiere di vino. Non se lo fece ripetere due volte e accettò subito l’invito. Erano ancora i tempi in cui, specialmente in montagna, si poteva trovare chi offriva da mangiare in casa propria a buon prezzo.

Oltrepassata la tenda, si ritrovò in una saletta arredata con vecchi mobili e con solo due piccoli tavoli, ciascuno con quattro sedie impagliate, una diversa dall’altra. La vecchia signora lo fece accomodare e gli apparecchiò la tavola con una tovaglia che profumava di pulito, poi gli portò un bicchiere e una bottiglia di vino.

Da dove era seduto, poteva vedere la cucina economica in ghisa su cui la padrona di casa si accingeva a friggere. Chiese di potersi lavare le mani e gli fu indicato di salire due rampe di scale, dove trovò un bagno pulitissimo che odorava di sapone per bucato.

Ritornò a tavola e, dopo pochi minuti, ecco arrivare la vecchietta con un cestino di gnocco fritto, un piatto con dell’affettato misto e un pezzo di formaggio pecorino. Poco dopo la vecchia si sedette nell’altro tavolo, per cenare con un piatto di minestra e una mela.

Una grossa sveglia meccanica appoggiata a una credenza scandiva il tempo con i suoi tic tac, ma era un tempo che scorreva calmo, senza alcuna fretta, quasi immobile. Accanto alla sveglia c’erano due mazzi di carte da gioco che, dall’aspetto, dovevano avere giocato un’infinità di partite.

Mangiò di gusto, come non gli capitava da tempo, e quando ebbe finito la vecchia signora gli fece il conto. Da un’occhiata alla bottiglia stimò in due bicchieri la quantità di vino consumato e lo scrisse su un foglietto di carta, con accanto il costo. Fece poi altrettanto per il gnocco, l’affettato e il formaggio, poi, tirata una riga, calcolò ad alta voce il totale, ripetendo due volte l’operazione.

Per quella cifra, in un ristorante di città non avrebbe pagato nemmeno un primo e non volle accettare il resto, ringraziandola per la graditissima cena. In segno di gratitudine, la signora gli portò allora un sigaro e un accendino di plastica.

Per un attimo desiderò di poter rimanere là per sempre, ma, pagato il conto, infilò di nuovo il cappotto e, oltrepassata la tenda e attraversato il negozio, si ritrovò sulla strada buia.

Il cielo era sgombro e l’aria tersa e si vedeva nitidissimo il Cusna, coperto di neve, che sembrava persino luminoso. Più in alto, il quadrato di Pegaso, sul bordo della Via Lattea, dominava su tutto il cielo. Prolungando idealmente con lo sguardo il lato superiore del quadrato verso sinistra per altre due stelle e girando poi a destra di un tratto pari alla loro distanza, riuscì a intravedere il batuffolo di luce della Galassia di Andromeda.

Proprio non gli andava di ripartire subito e si incamminò nell’aria fresca per una lieve discesa che portava a un campanile a forse duecento metri di distanza. Raggiunto il campanile, intravide la sagoma di una panchina in pietra accanto a una parete della piccola chiesa e si sedette a fumare il sigaro. Faceva freddo, ma si gustò il sigaro fino all’ultimo centimetro.

Si sentiva calmissimo e si rialzò per ritornare all’automobile. Dalle indicazioni della vecchina, avrebbe raggiunto Sant’Ilario in una quarantina di minuti e da lì sarebbe arrivato a casa in una mezzora.

Salì sull’auto e accese i fari. La nonnina, che stava chiudendo il portone dell’emporio, lo salutò con la mano. Lui, abbassato il finestrino, la salutò a sua volta con la mano, poi partì.


(*) Traduzione letterale dal dialetto emiliano: “dal gnòc frét”.

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