LA
RAGAZZA SUL TRENO
La
ragazza era salita a Romanore e si era seduta proprio di fronte a lui, dalla
parte del
finestrino. Non era certo una di quelle ragazze appariscenti che per strada gli
uomini si voltano a guardare. Era infatti vestita in modo modesto e, a parte il leggerissimo tocco di
azzurro sotto gli occhi, non aveva nessuna traccia di trucco. Solo quando lui
abbassò lo sguardo sulle sue piccole mani si accorse dello smalto trasparente
sulle unghie, tagliate corte come quelle di una bambina. Ma colse subito la
bellezza che si nascondeva dietro a quell’aspetto che a prima vista sembrava
non avere nulla di speciale. L’aveva colpito il suo viso, così diverso dai
canoni della perfezione femminile ma, allo stesso tempo, straordinariamente bello. Forse proprio
perché di una bellezza insolita e inaspettata.
Lui l’aveva salutata con un “buongiorno” e lei aveva
ricambiato il saluto con un timido sorriso, reso ancor più dolce da quegli
incisivi superiori non perfettamente allineati e dalla profonda fossetta sulla
guancia destra. E anche quella asimmetria del sorriso concorreva a renderla speciale.
Il treno era ripartito e adesso la ragazza aveva
estratto dalla borsetta una piccola agenda e la stava sfogliando lentamente,
come se dovesse controllare qualcosa di importante. Lui, per non sembrare
sfrontato, aveva allora rivolto lo sguardo al finestrino e, con gradevole
sorpresa, si era accorto che poteva così vedere l’immagine riflessa di lei, che
teneva il capo leggermente chino sull’agenda.
Mancava ancora forse un quarto d’ora all’arrivo a
Mantova e, continuando di tanto in tanto a guardare l’immagine riflessa,
sentiva sempre più di intuire in profondità l’animo di quella ragazza. Gli era
bastato osservare il modo in cui sfogliava le pagine oppure quella fossetta che
compariva ogni volta che lei accennava a un
minimo sorriso. Che fortuna che si fosse seduta di fronte a lui accanto a quel
finestrino della corsia di sinistra del vagone
e nel verso opposto a quello del
senso di marcia! Questo gli consentiva infatti di vedere riflessa sul vetro la
parte destra del
viso, quella con la fossetta. Si intuiva oltre ogni dubbio che si trattava di
una ragazza dolcissima e affettuosa. E anche molto timida. Una persona
semplice, di quelle che sanno accontentarsi di poco. Beninteso, accontentarsi
di poco non nel senso di rinunciare al meglio ma, al contrario, accontentarsi
nel senso di saper trovare il meglio anche nel poco. C’è chi, per sentirsi
appagato, ha bisogno di viaggiare per il mondo e di vedere coi propri occhi i luoghi
e i monumenti più famosi e c’è chi, invece, sa provare le stesse emozioni a
poca distanza da casa nel visitare una antica chiesa o i ruderi di un castello,
sentendo ugualmente fortissimo quel brivido che si prova al pensiero che il
fiume della storia sia passato tra quei muri. Ne era certo: lei doveva essere
una di quelle persone che davanti a una grande cattedrale o a un antico
palazzo, più che le linee architettoniche, osservano quelle pietre a cui
nessuno fa caso e pensano a quelle povere mani, destinate a rimanere per sempre
anonime, che hanno contribuito a innalzare quegli edifici non meno
dell’architetto che li ha concepiti.
Era sempre stato impacciato nell’approcciare una
ragazza, ma adesso si sentiva stranamente sicuro di sé e perfettamente padrone
della situazione, come se non fosse più un timido ragazzo, ma un uomo navigato
che ben conosceva le donne. Non aveva mai saputo come attaccare discorso e ora,
invece, aveva già in mente le parole che le avrebbe detto subito prima di
arrivare a Mantova. Parole tenere e gentili, ma decise e dal significato
inequivocabile. Parole di quelle che, a una ragazza come lei, sarebbero
arrivate diritte al cuore.
Si sentiva improvvisamente euforico e pregustava già
un’interminabile sequenza di giorni felici da trascorrere insieme. Che gioia
incontenibile gli procurava il solo pensiero di passeggiare con lei la mano
nella mano! Non avrebbe avuto fretta mai. Avrebbe gustato ogni momento,
dilatandolo il più possibile. Tutto sarebbe accaduto al momento giusto e nel
posto giusto amplificando all’inverosimile ogni minima gioia. Stava scorrendo
mentalmente tutti i luoghi a lui cari che avrebbe rivisitato insieme a lei e
vagheggiava quasi con impazienza quelli che lei gli avrebbe fatto conoscere. Lo
sterminato futuro di felicità che gli si presentava davanti aveva di colpo
calmato il suo cuore agitato e a stento tratteneva un infantile sorriso di
gioia.
Come si chiamava la ragazza? Presto lo avrebbe saputo
e il suo nome sarebbe diventato la parola più dolce che avrebbe pronunciato
negli anni a venire. E che timbro aveva la sua voce? Certamente il suono più
incantevole che si potesse immaginare! I capelli mossi, di un colore castano
chiaro, le scendevano sulla fronte ancora china sulla piccola agenda e quando
improvvisamente lei alzò il capo e i loro sguardi si incontrarono i due si
scambiarono un leggero, tenero sorriso. Anche gli occhi erano castani: buoni,
calmi e pazienti.
Ormai stavano arrivando a Mantova e ripassò un’ultima volta, con sbalorditiva sicurezza, le parole che le
avrebbe detto di lì a poco scendendo insieme a lei dal vagone. Rivolse lo
sguardo al finestrino per poter ammirare di nuovo senza destare sospetti quel
viso a cui si era già tanto affezionato e che gli sembrava di conoscere da
sempre. Senza un motivo particolare guardò ancora più a sinistra finché,
riflessa sul vetro, gli apparve improvvisamente l’immagine di un uomo con la
barba bianca. Cosa gli era successo? Come aveva potuto dimenticarsi di tutto?
Come gli era stato possibile pensare, anche solo per un attimo, di avere ancora
tutta la vita davanti?
La ragazza ripose l’agenda nella borsetta e si alzò
salutandolo con un ultimo spontaneo, dolcissimo sorriso. Lui, invece, rimase
seduto, come stordito, e quelle parole gli rimasero in gola. Dopo un minuto passò
il capotreno, che gli ricordò che la corsa era finita e che bisognava scendere.
Il treno per Verona
si trovava già sull’altro binario della stessa pensilina e salì sul primo
vagone che gli capitò davanti.
La sera, tornato a casa, salendo le scale gli capitò
improvvisamente di dimenticarsi di nuovo di se stesso e della propria vita.
Ripensò allora alla ragazza sul treno e a quella serie interminabile di giorni
felici che lo aspettavano. Quando infilò la chiave nella serratura era già
rientrato in sé, ma sul suo volto era rimasta l’impercettibile traccia di un
sorriso.
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