Non
ricordo più quale, ma ricordo bene che c’era un giorno della settimana, o più
probabilmente
Un vano di un vecchio fabbricato situato tra le due
case, dove c’erano le cantine dei vari appartamenti, era usato come lavanderia.
Si facevano bollire le lenzuola con la cenere in una caldaia rudimentale che,
con quel suo comignolo a “L” da cui usciva il fumo, sembrava una locomotiva
preistorica.
Altro rito era quello della strizzatura delle lenzuola
bagnate che, pesanti come macigni, venivano prima piegate in lungo e poi
attorcigliate in senso inverso da due donne, cosa che richiedeva uno sforzo non
indifferente.
L’ultimo rito
consisteva nello stenderle all’aria. Anche questo richiedeva una certa abilità.
Una lunghissima corda bianca da bucato veniva fissata con un cappio a un gancio
situato nel muro
Solo a questo punto entravano in scena le mitiche forcelle:
tronchi sottili, scorticati e lisci, lunghi più di due metri, che terminavano a
“Y” come una fionda e che in basso erano tagliati di sbieco, in modo da potersi
incuneare nel terreno. Infatti, per quanto la corda fosse stata tesa con cura,
il peso delle lenzuola l’avrebbe incurvata fino a far toccare terra ai lembi e
così tra un lenzuolo e l’altro, nei punti più critici, la corda veniva
inforcata e sollevata da una forcella, sapientemente ancorata al suolo.
Dimenticavo! C’era un’ultima parte
Inutile dire che i bambini seguivano solo
occasionalmente i cordiali consigli delle donne e, a costo di rischiare dosi
elevate di sberle, non rinunciavano quasi mai ai loro giochi. Ogni tanto,
allora, da una finestra, si udiva un grido quasi animale che rincarava la dose
di minacce.
Le disgrazie che potevano capitare giocando a palla
erano sostanzialmente di due tipi: colpire un lenzuolo lasciandovi stampata una
macchia di terra rotondeggiante o far cadere una forcella col risultato di far
toccare terra a un paio di lenzuola.
Le forcelle avevano il vizio di cadere facendo un
rumore assai tipico, che aveva l’effetto di far affacciare immediatamente alla
finestra qualche donna anziana che, non avendo altro da fare, faceva da guardia
al bucato. Per fortuna, scendere e risalire le scale le sarebbe costata troppa
fatica e la vecchia si limitava a maledire i bambini con la promessa di
avvisare poi le madri.
Quel giorno la signora Lucia aveva deciso di stendere
in solitaria la propria biancheria minuta su un piccolo tratto di corda, ma non
era certo in grado di salire sul panchetto per infilare l’anella. Era infatti
molto vecchia, con la pelle incartapecorita e solcata da profonde rughe e,
soprattutto, con le mani che le tremavano e la testa che le oscillava come se dicesse
continuamente di no.
Il bambino stava giocando da solo e la signora Lucia
lo invitò ad avvicinarsi, come se dovesse confidargli un segreto. Chinata la
testa traballante sull’orecchio
Il bambino, nella sua ingenuità, pur sentendo
istintivamente che quella promessa sembrava nascondere un inganno, salì
sull’ultimo gradino e infilò la corda. La vecchia lo ringraziò rinnovandogli la
promessa.
Ma quella promessa non fu mantenuta, perché quando mi
sposai la signora Lucia era morta da ormai vent’anni.
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