LA PROMESSA

 

Non ricordo più quale, ma ricordo bene che c’era un giorno della settimana, o più probabilmente del mese o addirittura della stagione, dedicato al bucato straordinario. Tutte le donne delle due case che si affacciavano sul cortile si ritrovavano immancabilmente per perpetuare quel rito, ciascuna con le proprie lenzuola.

Un vano di un vecchio fabbricato situato tra le due case, dove c’erano le cantine dei vari appartamenti, era usato come lavanderia. Si facevano bollire le lenzuola con la cenere in una caldaia rudimentale che, con quel suo comignolo a “L” da cui usciva il fumo, sembrava una locomotiva preistorica.

Altro rito era quello della strizzatura delle lenzuola bagnate che, pesanti come macigni, venivano prima piegate in lungo e poi attorcigliate in senso inverso da due donne, cosa che richiedeva uno sforzo non indifferente.

 L’ultimo rito consisteva nello stenderle all’aria. Anche questo richiedeva una certa abilità. Una lunghissima corda bianca da bucato veniva fissata con un cappio a un gancio situato nel muro del fabbricato a un’altezza di forse due metri e mezzo. Un grosso masso di pietra bianco, su cui noi bambini abbiamo giocato infinite volte, consentiva di raggiungere il gancio. A questo punto la corda seguiva un lungo e ben sperimentato percorso a zig-zag per il cortile, incrociando degli appigli qua e là per poi terminare il percorso infilando un’anella appesa al muro di una delle due case e venire infine legata strettamente all’asta di un ferma scuri di una finestra del piano terra. Anche l’anella, come il gancio, si trovava a un’altezza irraggiungibile dal braccio alzato di una donna ma, trovandosi sul muro della casa ed essendoci il marciapiede, non aveva sotto un supporto fisso per consentire di raggiungerla. A questo scopo si usava una scaletta in legno a gradini conservata nella lavanderia.

Solo a questo punto entravano in scena le mitiche forcelle: tronchi sottili, scorticati e lisci, lunghi più di due metri, che terminavano a “Y” come una fionda e che in basso erano tagliati di sbieco, in modo da potersi incuneare nel terreno. Infatti, per quanto la corda fosse stata tesa con cura, il peso delle lenzuola l’avrebbe incurvata fino a far toccare terra ai lembi e così tra un lenzuolo e l’altro, nei punti più critici, la corda veniva inforcata e sollevata da una forcella, sapientemente ancorata al suolo.

Dimenticavo! C’era un’ultima parte del rituale, non meno importante delle altre, che consisteva nell’invitare i bambini, con parole pronunciate tra i denti e accompagnate da gesti espliciti delle mani, a non giocare in quella parte del cortile. Soprattutto, a non giocare a palla e a non correre.

Inutile dire che i bambini seguivano solo occasionalmente i cordiali consigli delle donne e, a costo di rischiare dosi elevate di sberle, non rinunciavano quasi mai ai loro giochi. Ogni tanto, allora, da una finestra, si udiva un grido quasi animale che rincarava la dose di minacce.

Le disgrazie che potevano capitare giocando a palla erano sostanzialmente di due tipi: colpire un lenzuolo lasciandovi stampata una macchia di terra rotondeggiante o far cadere una forcella col risultato di far toccare terra a un paio di lenzuola.

Le forcelle avevano il vizio di cadere facendo un rumore assai tipico, che aveva l’effetto di far affacciare immediatamente alla finestra qualche donna anziana che, non avendo altro da fare, faceva da guardia al bucato. Per fortuna, scendere e risalire le scale le sarebbe costata troppa fatica e la vecchia si limitava a maledire i bambini con la promessa di avvisare poi le madri.

Quel giorno la signora Lucia aveva deciso di stendere in solitaria la propria biancheria minuta su un piccolo tratto di corda, ma non era certo in grado di salire sul panchetto per infilare l’anella. Era infatti molto vecchia, con la pelle incartapecorita e solcata da profonde rughe e, soprattutto, con le mani che le tremavano e la testa che le oscillava come se dicesse continuamente di no.

Il bambino stava giocando da solo e la signora Lucia lo invitò ad avvicinarsi, come se dovesse confidargli un segreto. Chinata la testa traballante sull’orecchio del bambino, gli sussurrò in dialetto “Se t’munt in zéma al panchètt e t’m’infìl la corda in-d’l’anèla, quand at te spós at fagh un bel regal!” (Se sali sul panchetto e mi infili la corda nell’anella, quando ti sposi ti faccio un bel regalo).

Il bambino, nella sua ingenuità, pur sentendo istintivamente che quella promessa sembrava nascondere un inganno, salì sull’ultimo gradino e infilò la corda. La vecchia lo ringraziò rinnovandogli la promessa.

Ma quella promessa non fu mantenuta, perché quando mi sposai la signora Lucia era morta da ormai vent’anni.

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