LA NINFA DEL BOSCO

 

Come ormai da diversi anni, anche quell’estate si ritrovò a percorrere il sentiero che, attraverso la faggeta, portava al vecchio santuario.

Era un sentiero assai poco curato, per via del fatto che da quelle parti il turismo era quasi scomparso. Un tempo, invece, di turisti ce n’erano tanti e quell’imponente struttura in pietra vicino alla pensione dove alloggiava era stata per anni sede di una numerosa colonia estiva.

Allora il sentiero veniva mantenuto sempre pulito e ben segnato, mentre adesso era in molti punti ingombro di rami e diversi alberi su cui erano dipinte le inconfondibili strisce bianche e rosse erano addirittura stati tagliati senza che ne fossero stati segnati altri.

Persino lui, che conosceva a memoria quel percorso, si era dovuto fermare più di una volta per capire dove ritrovare il sentiero apparentemente scomparso nel nulla. Procedeva a passo veloce e, nonostante le indicazioni lacunose, raggiunse il santuario in meno di due ore.

La scarpinata gli aveva messo appetito e, dopo una breve visita alla cappella con le mummie dei santi, abbandonò l’idea di consumare i due panini farciti che aveva nello zaino in favore di un pasto completo nel piccolo ristorante di fronte. Pranzò abbondantemente e si concesse anche un paio di bicchieri di buon vino rosso.

 Uscito dal ristorante, camminò fino al cippo dei caduti della Grande Guerra, con su scritti cinque nomi e solo due cognomi, e si sedette infine su una panchina ad ammirare il panorama, sazio e soddisfatto. Forse per il vino o forse per la leggerezza dello stato d’animo, l’uomo si addormentò.

Riaprì gli occhi dopo quasi un’ora, svegliato dal rombo delle motociclette di un gruppo di centauri e dall’odore dei gas di scarico. Decise allora di prendere la via del ritorno ma, invece di ripercorrere a ritroso lo stesso sentiero, volle seguirne un altro che partiva proprio vicino al cippo dei caduti e che portava al passo dove arrivava la funivia. Da là avrebbe ripreso il vecchio sentiero e, in un’ora di cammino, avrebbe raggiunto il parcheggio. Ancora dieci minuti di automobile e sarebbe arrivato alla pensione dove era alloggiato, abbondantemente in tempo per la cena.

Partì dunque con lo zaino in spalla e si incamminò per l’ampio sentiero che si immergeva gradualmente nel bosco di faggi. Dopo neanche un quarto d’ora di cammino si trovò davanti a un bivio. Si guardò intorno ma, come del resto avrebbe dovuto aspettarsi, non trovò alcuna indicazione.

Si ricordò allora di aver visto pochi minuti prima un vecchio che tagliava della legna e ritornò sui suoi passi per chiedere informazioni. Il vecchio era ancora là e gli disse di prendere il sentiero a destra, che lo avrebbe portato senza difficoltà al passo. Ringraziò e, ritornato al bivio, seguì il sentiero che girava a destra in leggera salita.

Neanche mezzora di cammino e il sentiero, sempre più stretto e ingombro di rami e di alberi caduti, svanì nel nulla. Provò a seguire un corridoio più regolare degli altri tra i cento che sembravano comparire in ogni punto tra i faggi, ma anche quello finì presto nel nulla. Ne seguì un altro, con lo stesso risultato. Pensò allora di ritornare al santuario e vagò per un’ora buona nel tentativo di ritrovare il sentiero, ma dovette ammettere di essersi perso.

Il bosco si fece quasi di colpo più buio: il sole stava probabilmente scomparendo dietro il profilo dei monti che facevano da corona al piccolo borgo nato intorno all’antico santuario, un tempo tappa di pellegrini in cammino verso Roma. Allora maledì ad alta voce il vecchio poi, cercando di calmarsi, prese la decisione di camminare seguendo ad ogni passo la direzione di massima pendenza. In questo modo, pensava, avrebbe raggiunto la sommità del bosco e da lassù avrebbe potuto riconoscere il pilone della funivia. Seguendo quella direzione avrebbe poi raggiunto il passo e, percorrendo il vecchio sentiero, il parcheggio.

Fece ancora un’altra ora buona di cammino faticoso in ripida salita, mentre stava ormai calando la sera e gli alberi, che all’inizio del sentiero sentiva così amici, si erano improvvisamente trasformati in esseri mostruosi che brandivano minacciosamente le loro braccia frondose. Ebbe paura di dover trascorrere la notte nel bosco, ma ecco che, finalmente, i faggi ora si facevano più radi e si intravedeva ormai vicina la sommità.

In una radura, un gigantesco faggio secolare, di molto più grande di tutti gli altri, si ergeva solitario. Stava ansimando per la fatica della salita e decise di sedersi qualche minuto su un masso per riprendere fiato.

Sollevò nuovamente lo sguardo e, nella poca luce, gli sembrò di vedere uno strano cespuglio rossastro sporgere da un lato del tronco del grosso faggio. Aveva ben altro a cui pensare in quel momento, ma una strana curiosità lo spinse ad andare a vedere di cosa si trattava.

Non era un cespuglio, ma un enorme groviglio di fibre sottili, simili a un’immensa capigliatura umana. Anzi, al tatto sembravano proprio capelli. Sollevò il cespuglio e rimase atterrito quando vide la testa di una giovane donna morta, col corpo nascosto in un grosso incavo dell’albero.

La pelle era di un verde intenso: forse il corpo si era mummificato. Le mani gli tremavano per la paura, ma non pensò neppure per un attimo di scappare, come se una forza misteriosa lo trattenesse.

Guardò meglio. Quasi completamente nascosto dal cespuglio di capelli, il viso sembrava integro e così le spalle. Il resto del corpo era immerso nel tronco e non si vedeva. Sembrava proprio il cadavere di una giovane donna, ma non si capiva bene.

Nonostante la paura, toccò quel viso con un dito e, con grande sgomento, sentì sotto la pelle la carne molle e calda. Terrorizzato, indietreggiò di alcuni passi.

Ed ecco che la testa si alzò e la bocca si aprì in un lento sbadiglio. Due braccia esili uscirono dal tronco nell’atto di stirarsi, poi quell’essere misterioso aprì gli occhi e due mani dalle dita lunghe e sottili raccolsero l’immensa chioma di un rosso acceso per scoprire un viso da adolescente dai lineamenti finissimi.

La pelle, di un verde smeraldo, prima opaca, divenne allora quasi luminosa, come se fosse stata fosforescente.

Nonostante si trovasse a pochi passi di distanza, quell’essere sembrava non essersi affatto accorto di lui e continuava a uscire lentamente dal tronco come una farfalla dalla crisalide.

Ma ecco che i loro sguardi si incrociarono e quell’animale dall’aspetto quasi umano, prima così calmo, si mise improvvisamente a ringhiargli contro, mostrando una dentatura bianchissima dai canini lunghi e accuminati. Poi, di colpo, emise un grosso soffio, come quello di un serpente, quindi gli girò le spalle come se lui non esistesse più.

Uscito completamente dal tronco, lo strano essere si scrollò di dosso brandelli di corteccia e foglie secche, mostrando un corpo filiforme di donna vestito solo di quell’enorme cespuglio di capelli. Si girò un’ultima volta verso di lui e lo spaventoso sguardo di belva feroce si dissolse improvvisamente in una risata argentina di ragazza. Continuando a ridere, si allontanò di corsa e in un attimo scomparì dalla vista. Solo, per qualche secondo, si continuò a vedere quella luce verde da oltre la sommità del bosco.

Ripresosi dallo spavento volle seguirla e si mise anche lui a correre nella stessa direzione.

 Giunto sulla sommità, si ritrovò davanti a una discesa erbosa priva di alberi, ma di quell’essere misterioso nessuna traccia.

Si stropicciò gli occhi. Forse era stata soltanto un’allucinazione dovuta alla stanchezza e all’agitazione. Riconobbe, lontano, il pilone della funivia e si ricordò della scarpinata al santuario e di essersi perso nel bosco nel viaggio di ritorno. Calcolò che l’avrebbe raggiunto facilmente in forse mezzora, di sicuro in tempo per prendere l’ultima corriera che l’avrebbe poi portato vicino al parcheggio, evitandogli così di dover rifare una parte del vecchio sentiero col cielo ormai buio.

 Tornò dal faggio secolare per riprendere lo zaino e non resistette alla tentazione di guardare un’ultima volta. L’incavo c’era davvero nel grosso tronco, ma era completamente vuoto e probabilmente troppo stretto per contenere un corpo di donna per quanto sottile. Tirò un sospiro di sollievo e riprese il cammino.

Sparì dietro la sommità del bosco proprio mentre una folata di vento sollevava alcuni lunghissimi capelli rossi che erano rimasti impigliati nella corteccia del vecchio faggio.

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