LA FIERA DEL SANTO PATRONO

 

Non gli era mai piaciuto andare alla fiera del Santo Patrono, che cadeva l’ultimo giorno di gennaio. Tutto quel vociare e quella gente che faceva a gomitate per una porzione di porchetta o due pezzi di gnocco fritto lo infastidivano fin da quando era bambino. Allora, però, aveva una motivazione più che valida per affrontare il freddo intenso e la folla asfissiante: un giocattolo nuovo e, forse, un “gelato” di zucchero filato, come lui lo chiamava.

Un rituale indissolubilmente legato alla fiera era poi quell’interminabile coda nel Duomo per passare qualche secondo davanti al sepolcro aperto del Santo. Giusto il tempo per provare l’orrore di vedere quello scheletro vestito dei paramenti sacri, con la mitria sul teschio, il pastorale impugnato da un guanto bianco probabilmente vuoto e l’anello vescovile infilato nell’anulare dell’altro guanto. Quella visione gli ritardava il sonno per buona parte del mese di febbraio e, immancabilmente, la sera del 30 gennaio successivo.

Durante il mezzo secolo e più che ora lo separava dall’infanzia era andato in fiera forse altre quattro o cinque volte in tutto, non di più, e, in ogni caso, non ci andava da almeno vent’anni. Ma quel trentun gennaio si era invece inspiegabilmente messo in testa di andarci. Era mattina presto e se fosse uscito subito sarebbe stato senz’altro uno dei primi visitatori e avrebbe così evitato la calca. La giornata era serena, ma molto fredda e si coprì per bene.

Passata Piazza Sant’Agostino, appena fu sotto il breve tratto di portico, si ricordò improvvisamente di un episodio di quando aveva sei o sette anni ed era andato in fiera con la mamma.

Era pomeriggio avanzato e iniziava a scendere del nevischio. Attraverso la vetrina di un bar che si trovava proprio sotto quel portico, aveva visto dei bambini gustarsi un cono di panna montata e si era talmente intestardito di volerne uno anche lui da arrivare persino a barattarlo col giocattolo promesso.

C’era tantissima gente e la mamma non voleva saperne di fare la fila al bar, ma lui tanto insistette che riuscì ad averla vinta e così, al modico prezzo di un paio di sberle, si ritrovò tra le mani l’agognata leccornia.

Commise però l’errore di uscire subito dal bar e così, prima ancora di avere gustato un solo boccone, si ritrovò col cono pulito in mano, mentre la panna montata, catturata dalla pelliccia di una signora, scompariva in pochi istanti tra la moltitudine di cappotti che si muovevano in tutte le direzioni.

Aveva perso di vista la mamma, che era ancora nel bar, ma si guardò bene dal cercarla per dirglielo. Rimase invece sotto il portico a rosicchiare il cono, in attesa di vederla uscire. Ma ecco che, nonostante la confusione, sentì nitidamente una voce profonda che lo chiamava per nome.

Intravide allora un uomo colla barba grigia e un cappello scuro che, facendosi faticosamente largo tra la folla, lo chiamava sempre più forte. Pensò che doveva trattarsi certamente del marito della signora a cui aveva sporcato la pelliccia che lo stava ora cercando adirato e si nascose terrorizzato dietro a una colonna, dove rimase fino a che non sentì quella voce spegnersi.

Nonostante fossero passati più di cinquant’anni, ricordava perfettamente l’immagine della pelliccia che scompariva tra la folla col suo carico di panna montata, ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare il volto dell’uomo che lo chiamava per nome. Ricordava solo la barba grigia e quel cappello scuro, ma nessun lineamento.

Sorrise al pensiero di quell’antico spavento. Nessuno, infatti, poteva essersi accorto di lui e quell’uomo stava senz’altro chiamando un’altra persona che, per puro caso, aveva il suo stesso nome.

Mentre passeggiava tra le bancarelle, che ora occupavano una parte ben maggiore del centro della città rispetto a quando era bambino, si abbandonò ad alcune riflessioni. Si accorse che quando si pensava bambino immaginava un volto ben preciso: quello delle fotografie che possedeva di quell’epoca. In particolare, nel ricordare l’episodio del cono di panna montata, si era immaginato col viso di quella foto tessera che aveva fatto in seconda elementare per l’abbonamento al filobus. La fotografia, pensava, non ha solo valore come documento della storia collettiva, ma anche di quella individuale. Come avrebbe mai potuto immaginarsi bambino se non avesse posseduto nessuna fotografia della sua infanzia? Del resto non possedeva nessuna fotografia delle prime settimane di vita e, infatti, non sapeva immaginarsi in nessun modo. Pensò agli uomini comuni del secolo precedente e dei secoli prima ancora, che non possedevano nessun ritratto della loro infanzia. Come si immaginavano quando pensavano a se stessi bambini? Come si immaginava sua nonna quando gli raccontava della sua infanzia? E come la immaginava lui mentre lei raccontava? Forse come si immaginano i personaggi delle fiabe che vengono narrate a voce: volti presi a prestito da persone realmente conosciute, opportunamente rielaborati.



Camminò in lungo e in largo per almeno un paio di ore guardando le bancarelle senza comprare nulla e senza fermare lo sguardo su nulla. Le strade erano ormai piene di gente e pensò bene di ritornare a casa.

Giunto sotto il breve tratto di portico che aveva risvegliato quel ricordo lontano, in mezzo alla ressa vide comparire per un attimo un bambino che rosicchiava il cono di un gelato, subito nascosto alla vista dalla folla. Non poteva crederci! Quel bambino era identico al ritratto della foto tessera dell’abbonamento del filobus! Quel bambino… era lui!

Si mise allora a chiamarlo a gran voce, cercando di farsi strada tra la folla, ma quando giunse nel punto in cui l’aveva visto, il bambino non c’era più.

Si fermò, ansimante e confuso, davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento.

Mentre guardava stordito l’immagine riflessa della moltitudine di persone che ingombravano la strada, si accorse all’improvviso della figura di un uomo con un cappello scuro e la barba grigia che lo stava fissando immobile. E riconobbe, oltre ogni dubbio, quel volto che tante volte aveva tentato invano di ricordare!

Alzò istintivamente la mano destra come per fermarlo e l’uomo dal cappello scuro e la barba grigia fece simultaneamente lo stesso gesto, ma con la mano sinistra!

Sgomento, rimase a fissare, impietrito, la propria immagine riflessa sulla vetrina.

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