IL RICAMO MISTERIOSO

 

Tra i miei ricordi indelebili c’è una stampa incorniciata, colorata solo in parte con lievi tinte pastello. E se non ho potuto dimenticarla non è perché io sia mai stato particolarmente interessato a quel quadro, bensì perché si è trattato di una presenza quotidiana per tutto il primo quarto di secolo della mia vita.

Fin dai primissimi anni dell’infanzia avevo ben capito che si trattava di una donna con due bambini, ma il volto della donna era molto diverso da tutti quelli che conoscevo e quei bambini avevano la testa rasata tranne per un solo lungo ricciolo nero. In basso poi c’era un ricamo assai strano e privo di ogni simmetria. Niente di paragonabile alle belle cornicette dell’album “Roselline”!

Avrò avuto forse tre anni quando mio padre iniziò a collezionare per me e mio fratello maggiore delle figurine di una raccolta che si intitolava “Gli stati del mondo”, o qualcosa del genere. Le figurine erano di cartoncino e ciascuna raffigurava uno stato mediante la bandiera e, sulla destra, un abitante tipico del luogo, a volte un uomo e a volte una donna. Sullo sfondo poi c’era un paesaggio che doveva essere particolarmente indicativo di quel territorio. Le figurine non si compravano in bustine dal giornalaio, ma si trovavano nelle macchinette distributrici di gomme da masticare o “macchinette dei cèvingum”, come le chiamavamo noi. Si inseriva una monetina da 10 lire e, ruotata una manopola, insieme a una pallina di “cèvingum”, usciva una figurina.

Fu così che potei riconoscere nella figurina del Giappone, accanto alla bandiera bianca con al centro il disco rosso del sol levante, una donna con acconciatura e abito simili a quelli della stampa. Sullo sfondo, una casetta con l’inconfondibile tetto a pagoda. Ecco svelata l’origine di quel volto con gli occhi sottili e quell’acconciatura coi grossi fermagli: si trattava di una donna giapponese nel suo costume tradizionale. Non che io sapessi dove si trovava il Giappone, ma tutte quelle figurine mi parlavano di genti che dovevano vivere in luoghi molto lontani da casa mia. Di certo non sapevo leggere, ma mio fratello, che era stato assai precoce, sapeva già farlo con sicurezza a poco più di quattro anni e così poteva scandire il nome dello stato rappresentato da ogni figurina.

Ho qualche ricordo isolato, ma ancora abbastanza nitido, di quando mio padre gli insegnava a leggere. Ricordo infatti un pannello rettangolare ricoperto di panno nero con quei solchi orizzontali, distanziati di forse un centimetro, in cui si potevano inserire delle lettere in stampatello e dei numeri di plastica colorata dotati di uno o due perni. Sì, mi sembra che il panno fosse proprio nero, anche se a quel ricordo deve essersi sovrapposto quello di tanti listini prezzi di bar o macellerie che per diversi anni ancora avevano utilizzato quel metodo di scrittura a lettere componibili. Mi sembra persino di ricordare una lettera “E” di colore verde e, soprattutto, una sera in cui stavo seduto di lato mentre mio padre faceva leggere delle parole a mio fratello.

Non ho la minima idea di quante siano state le lezioni a cui ho assistito come uditore, ma ricordo perfettamente che, fino alla prima elementare, conoscevo –o meglio, credevo di conoscere!– solo poche lettere in stampatello, che disegnavo ruotate di 90° in senso antiorario per essere stato seduto ogni volta di lato. In particolare, la “F” la disegnavo facendo una lineetta orizzontale da cui partivano due lineette verticali verso l’alto da due punti a caso. La “E” si distingueva dalla “F” perché le lineette verticali erano in numero a piacere maggiore di due e potevano quindi essere tre, quattro o anche più. La lettera “H”, ovviamente, consisteva di due lineette orizzontali parallele unite da una barretta verticale che ne congiungeva i punti medi. Probabilmente, l’unica lettera che conoscevo in modo corretto era la “O”! Riguardo alle mie conoscenze numeriche mi basti dire che ricordo un’accesa discussione tra me e mio fratello in cui sostenevo che cento era più grande di mille!

Ma venne anche per me il tempo di imparare a leggere e a scrivere e così, durante il primo anno di scuola elementare, in un giorno di cui non conservo memoria, devo essermi improvvisamente accorto che il “ricamo” della stampa era una scritta in corsivo che, per quanto leggermente diverso da quello imparato a scuola, mi risultò improvvisamente riconoscibile. Ma il ricamo continuò ancora per qualche anno a conservare un alone di mistero perché, per quanto si trattasse di una scritta in corsivo, si componeva di parole per me prive di significato. Forse il nome dell’autore o forse una scritta in lingua giapponese.

In quegli anni, i primissimi della scuola media unificata, nella maggior parte dei corsi si studiava la lingua francese, ma io, iscritto nella stessa scuola e nello stesso corso di mio fratello un anno indietro, mi ritrovai a studiare l’inglese. E fu in quel periodo che il ricamo della stampa della donna giapponese coi due bambini fu finalmente decifrato. Il titolo più banale del mondo:

Mother and children

“Madre e bambini” o, come diremmo noi, “Mamma coi bambini”!

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