IL RAGAZZO DEL LUNGARNO

 

Era stato quasi tutta la notte sui libri, come poi avrebbe fatto ancora per tanti lunghi e interminabili mesi, e così era arrivato tardi per la colazione. Era allora risalito in camera per prendere i quaderni e, scesa di corsa la scalinata del collegio e attraversata la piazza, aveva imboccato come al solito via San Frediano.

In due minuti, proseguendo per via Curtatone e Montanara, si era ritrovato sul Lungarno Pacinotti, a un tiro di schioppo dal Palazzo alla Giornata.

Camminava con lo sguardo assente, mentre ripensava a un problema che non era riuscito a risolvere prima di coricarsi e che aveva inconsapevolmente rimuginato nel sonno. Aveva infatti l’abitudine di terminare lo studio serale solo quando incontrava un problema su cui si bloccava e così finiva sempre col coricarsi tardissimo e con un amaro senso di sconfitta.

 Qualche volta, dopo l’ennesimo problema risolto, aveva cercato di imporsi di chiudere il libro per andare a coricarsi vittorioso, ma non era mai riuscito a tener fede a questo proposito e aveva ogni volta continuato fino a incontrare immancabilmente un ostacolo che non riusciva a superare, magari anche solo per la stanchezza. Poteva poi accadergli di trovare la soluzione appena alzato o mentre era diretto a lezione, come forse gli stava succedendo anche quella mattina.

Di solito camminava tra la gente senza accorgersi di nulla e soltanto arrivato sul Lungarno rimetteva a fuoco la vista e cominciava a preparasi mentalmente alle tre o quattro ore di lezione che lo attendevano.

Era ormai a cinquanta metri dal portone di ingresso quando, all’improvviso, riconobbe la ragazza che aveva già visto un paio di volte nelle settimane precedenti. Gli stava venendo incontro sullo stesso marciapiede, dalla parte della strada, mentre lui camminava invece rasente ai muri delle case.

A differenza di tutte le altre ragazze, vestiva da signora, con un impermeabile beige, la gonna fin sotto al ginocchio, le scarpe a mezzo tacco e una piccola borsetta marrone.  In complesso, un abbigliamento molto semplice e per nulla appariscente. L’unica cosa che risaltava era quel rossetto vermiglio, unico capriccio su un viso acqua e sapone.

Aveva i capelli castani pettinati a caschetto, con un ciuffo sulla fronte e le punte che le arrivavano al mento. Camminava senza mai girare il viso e nemmeno lo sguardo, ma non con alterigia, anzi, quasi con timidezza.

Quando si incrociarono si accorse che, a dispetto del modo di vestire, doveva avere sì e no diciotto anni. Di sicuro non stava andando a scuola, perché non aveva né libri né quaderni. Forse lavorava come commessa in qualche negozio, pensò.

Ma una volta infilato il portone riprese il pensiero che aveva interrotto e si dimenticò subito di lei.

Nelle settimane successive gli capitò di incontrarla altre quattro o cinque volte, sempre sul Lungarno. Si ricordava di lei solo quando la vedeva, per poi subito dimenticarsene fino alla volta successiva. E si dimenticò di lei anche per tutte le vacanze di Natale che, come sempre, finirono troppo in fretta.

Una mattina di gennaio però, poco prima di giungere sul Lungarno, si accorse che stava sperando di rivederla. Arrivato davanti al portone del palazzo dove si tenevano le lezioni indugiò qualche minuto, ma non la vide passare. Forse era arrivato troppo presto. Del resto partiva sempre appena finita la colazione, senza mai guardare l’orologio.

La sera stessa decise di annotare ogni volta l’orario in cui arrivava sul Lungarno e di provare ogni mattina orari differenti, a partire dalle 9 e anticipando di 5 minuti ogni giorno, per individuare così l’ora precisa in cui la ragazza era solita passare.

Dopo tre mattinate infruttuose, ecco che la vide passare proprio mentre stava arrivando sul Lungarno. Non fece nemmeno in tempo a rivedere il suo viso, ma continuò a seguirla con lo sguardo fino a quando non la vide scomparire in una laterale, poco dopo il Ponte di Mezzo.

Era passata alle 8:45 e decise che sarebbe arrivato sul Lungarno ogni giorno alle 8:40 in punto. Era venerdì e le lezioni sarebbero riprese il lunedì successivo.

In quel fine settimana gli capitò più di una volta, tra una pagina di studio e l’altra, di ritrovarsi a cercare di ricordare i lineamenti del viso della ragazza. Ricordava le labbra ben fatte e il ciuffo sulla fronte, ma non gli riusciva di ricordare con esattezza il colore degli occhi. In certi momenti si convinceva che fossero neri, ma ecco che un minuto dopo non ne era più sicuro.

Il lunedì mattina alle 8:30 era già sul Lungarno a scrutare il marciapiede in direzione della Cittadella. Improvvisamente, dopo pochi minuti, riconobbe in distanza l’inconfondibile sagoma della ragazza, che camminava senza mai voltarsi col suo passo uguale mentre teneva con la mano destra la tracolla della borsetta appesa alla spalla. Aveva appena attraversato la strada e quasi certamente proveniva dal Ponte Solferino.

Appena fu a cento metri di distanza si avviò verso di lei. Quando furono vicini cercò di guardarla in viso per vedere il colore degli occhi, ma fu questione di un attimo e tutto quello che poté cogliere fu soltanto che erano scuri. Anche perché non la guardò più di un secondo, per non apparire troppo sfacciato, mentre lei non sembrò nemmeno accorgersi di lui.

Il giorno dopo arrivò ancora prima e l’aspettò alla fine del Ponte Solferino per poi seguirla, a una decina di metri di distanza, fino al Palazzo alla Giornata. La sera però si convinse che non era certo quello il modo migliore per far sì che si accorgesse di lui.

Prese allora una decisione che gli sembrò di gran lunga la migliore e che gli procurò qualche minuto di euforia. L’avrebbe incrociata ogni giorno esattamente nello stesso punto del Lungarno, un punto ben riconoscibile. In questo modo, pensava, prima o poi lo avrebbe notato e magari, senza nemmeno accorgersene, un giorno le sarebbe capitato di cercarlo con lo sguardo.

Fu così che da quel mercoledì di gennaio fino ai primi di febbraio, appena uscito dal collegio non imboccò più via San Frediano, ma via Ulisse Dini, in modo da raggiungere il Lungarno da Piazza Garibaldi. Ogni volta aspettava di vedere da lontano la ragazza e, affrettando o rallentando opportunamente il passo, faceva in modo da incrociarla esattamente davanti al Caffé dell’Ussero.

Un giorno di fine gennaio per un attimo i loro sguardi si incontrarono e da allora sentì con certezza che lei, anche se sembrava non volerlo mostrare, si era accorta di lui. Ma qualche mattina dopo la ragazza non si presentò all’appuntamento. E così per tutta la settimana.

Allora si diede cento volte dello stupido per non averla mai seguita fino al posto di lavoro. Non sapeva nulla di lei e non aveva modo di imparare cosa le fosse successo. Forse era solo influenzata o forse aveva cambiato lavoro e non l’avrebbe mai più rivista.

Per tutta la settimana successiva arrivò sul Lungarno con mezzora di anticipo e girò avanti e indietro dal Ponte di Mezzo al Ponte Solferino sperando invano di rivederla. Ormai erano passati undici giorni dall’ultima volta che l’aveva vista e stava perdendo ogni speranza.

Non avrebbe mai più dimenticato la gioia immensa che provò la mattina del 16 febbraio, quando la riconobbe sul ponte Solferino nonostante la grossa sciarpa che le avvolgeva completamente il viso e il cappotto blu scuro che non le aveva mai visto prima. A stento si trattenne dall’urlarle un saluto da lontano e fu così che si accorse, forse per la prima volta, di non sapere nemmeno il suo nome.

Dopo un attimo di esitazione ritornò indietro di corsa, in modo da incontrarla davanti al solito Caffé. E tale era la contentezza che gli sembrò persino che lei gli avesse sorriso da sotto la sciarpa.

La mattina dopo la seguì fino al posto di lavoro, così imparò che faceva la commessa in un negozio di stoffe. Un pomeriggio passò addirittura più volte davanti alla vetrina e fu così che, mentre la guardava servire un’anziana signora, i loro sguardi si incontrarono per la seconda volta.

Arrivò marzo e la ragazza smise di avvolgere la testa nella grossa sciarpa. Adesso poteva vedere di nuovo il suo viso e le sue labbra con l’immancabile rossetto.

Un giorno, poco dopo averla incrociata, si voltò istintivamente indietro e vide che anche lei aveva fatto altrettanto, per poi girarsi subito e riprendere a camminare. Fece ancora qualche passo e si voltò di nuovo e ancora una volta vide che lei si era fermata per un attimo a guardarlo per poi girarsi subito e riprendere la strada. Allora rimase immobile a guardarla, ma lei non si girò più.

E fu l’ultima volta che la vide. Imparò soltanto la settimana dopo, dalla titolare del negozio, che il padre, un tenente colonnello dell’esercito, era stato trasferito a Lecce.

- Comunque partono sabato e Marilena deve tornare per prendere alcune sue cose, sicché se vuole che le dica qualcosa…

- No, niente. Solo me la saluti tanto.

- E… chi devo dirle che la saluta?

-  Le dica… Non importa. Grazie lo stesso.

Fece per andarsene, ma poi ci ripensò e disse: - Le dica che la saluta il ragazzo del Lungarno.

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