IL PINO

 

Quante ore ho passato da bambino a guardare fuori dalla finestra della cucina che dava sul cortile principale! Se ci ripenso, mi sembra di vedere ancora quei vecchi infissi smaltati di bianco alla bene meglio e i vetri sottili fissati con quello stucco morbido che quasi ogni volta non potevo fare a meno di premere coi polpastrelli.

Sul tetto del lungo e basso fabbricato con le cantine, che arrivava a saldarsi alla casa di fronte, tra i coppi, c’era sempre qualche palla, risultato di un tiro troppo azzardato, o qualche soldatino o altro piccolo giocattolo tirato là sopra magari per dispetto. Quel tetto era uno dei luoghi dell’infanzia, che noi bambini chiamavamo semplicemente “sui tetti”. Sapevamo benissimo che esistevano altri tetti, ma si trattava di tetti che non avevano alcun rapporto col vivere quotidiano e coi nostri giochi. Era “sui tetti” che era finita quella palla da tennis o quell’aeroplano di carta ed era “sui tetti” che la mamma, esasperata da qualche marachella, minacciava di gettare uno dei giocattoli preferiti. E più di una volta l’aveva fatto sul serio! A dire il vero qualche volta ero stato io stesso a lanciare un oggetto “sui tetti”, proprio per poterlo poi osservare dalla finestra, magari d’inverno, quando fuori faceva freddo e in cucina c’era la stufa accesa.

Era una di quelle stufe economiche “Zoppas” bianche, col piano di cottura in ghisa coi cerchi e quella specie di ringhiera di sicurezza intorno e il lungo tubo che si arrampicava fino alla canna fumaria. D’inverno, essendo l’unico vano riscaldato, la cucina era il luogo in cui si trascorreva quasi tutto il tempo e nelle giornate piovose o particolarmente fredde, quando non si poteva stare a giocare all’aperto, la finestra era il principale legame col mondo esterno.

Solo in quei momenti mi accorgevo che, oltre al mio cortile e a quelli confinanti, che conoscevo nei minimi dettagli, dalla finestra si potevano vedere alcune case lontane che davano probabilmente sul canale della Cerca o addirittura sulla via Emilia. Allora non c’erano ancora tutti quei palazzoni e si potevano sentire chiaramente gli squilli di tromba provenienti dalla caserma, dalla sveglia all’adunata e dal rancio alla ritirata. E a suonare era davvero un trombettiere e non un disco come negli ultimi tempi in cui c’era ancora il servizio di leva.

Quelle case che vedevo in lontananza dalla finestra avevano qualcosa di magico, una specie di doppia esistenza. Erano delle case come tutte le altre, che probabilmente avevo anche visto da vicino più di una volta in occasione di qualche passeggiata o quando andavo a giocare sul canale, ma quando le guardavo dalla finestra non erano più le stesse e non avevano più nulla a che vedere con le case vere che si incontrano lungo le strade. Erano il confine estremo di ciò che potevo vedere dalla finestra, le case di un mondo misterioso e irraggiungibile, di un luogo che non si trovava da nessuna parte. E tra quelle case c’era un particolare che non ho mai dimenticato e che mi sembra di rivedere nitidamente ancora adesso: un albero sempreverde, quasi certamente un pino, la cui cima incurvata formava con un ramo laterale una specie di ciuffo a due punte, che vedevo agitarsi quando c’era vento.

Il pino era sempre là, estate e inverno, sempre uguale, come il profilo delle case. Dove si trovasse esattamente non l’ho mai saputo, ma ricordo bene che più di una volta, diventato adolescente, mi ero riproposto di localizzarlo esattamente e di andare a vederlo da vicino. Ma, anche se non saprei dire per quale ragione, non l’ho mai fatto e quel pino, che non esiste più da chissà quanto tempo, non ho mai saputo dove si trovasse esattamente e così è rimasto per sempre soltanto un ricordo di quell’orizzonte che non esiste più.  Devono averlo abbattuto nel periodo in cui hanno cominciato a costruire quei palazzoni lungo l’inizio di via Emilia Ovest, che hanno poi di colpo impedito di sentire gli squilli della tromba militare.

Ancora oggi, quando mi capita di vedere in un parco o in un giardino privato un pino come quello, con la cima incurvata a due punte, mi ritorna subito in mente quell’albero misterioso e allo stesso tempo familiare e amico, testimone muto e impassibile della mia infanzia e della prima adolescenza.

Quando nelle notti insonni cerco di pensare a un luogo sereno mi capita a volte di cercare di ricordare il tetto delle cantine, il vecchio cortile e le case che vedevo dalla finestra della cucina della mia infanzia. Il ricordo è lacunoso e, probabilmente, di molti dettagli ho perduto completamente la memoria, ma il grande pino col suo ciuffo a due punte è sempre là che mi aspetta, immobile e taciturno come allora.


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