IL PINO
Quante
ore ho passato da bambino a guardare fuori dalla finestra della cucina che dava
sul cortile principale! Se ci ripenso, mi sembra di vedere ancora quei vecchi
infissi smaltati di bianco alla bene meglio e i vetri sottili fissati con
quello stucco morbido che quasi ogni
Sul tetto
Era una di quelle stufe economiche “Zoppas” bianche,
col piano di cottura in ghisa coi cerchi e quella specie di ringhiera di
sicurezza intorno e il lungo tubo che si arrampicava fino alla canna fumaria.
D’inverno, essendo l’unico vano riscaldato, la cucina era il luogo in cui si
trascorreva quasi tutto il tempo e nelle giornate piovose o particolarmente
fredde, quando non si poteva stare a giocare all’aperto, la finestra era il
principale legame col mondo esterno.
Solo in quei momenti mi accorgevo che, oltre al mio
cortile e a quelli confinanti, che conoscevo nei minimi dettagli, dalla
finestra si potevano vedere alcune case lontane che davano probabilmente sul
canale della Cerca o addirittura sulla via Emilia. Allora non c’erano ancora
tutti quei palazzoni e si potevano sentire chiaramente gli squilli di tromba
provenienti dalla caserma, dalla sveglia all’adunata e dal rancio alla
ritirata. E a suonare era davvero un trombettiere e non un disco come negli
ultimi tempi in cui c’era ancora il servizio di leva.
Quelle case che vedevo in lontananza dalla finestra
avevano qualcosa di magico, una specie di doppia esistenza. Erano delle case
come tutte le altre, che probabilmente avevo anche visto da vicino più di una
volta in occasione di qualche passeggiata o quando andavo a giocare sul canale,
ma quando le guardavo dalla finestra non erano più le stesse e non avevano più
nulla a che vedere con le case vere che si incontrano lungo le strade. Erano il
confine estremo di ciò che potevo vedere dalla finestra, le case di un mondo
misterioso e irraggiungibile, di un luogo che non si trovava da nessuna parte.
E tra quelle case c’era un particolare che non ho mai dimenticato e che mi
sembra di rivedere nitidamente ancora adesso: un albero sempreverde, quasi
certamente un pino, la cui cima incurvata formava con un ramo laterale una
specie di ciuffo a due punte, che vedevo agitarsi quando c’era vento.
Il pino era sempre là, estate e inverno, sempre
uguale, come il profilo delle case. Dove si trovasse esattamente non l’ho mai
saputo, ma ricordo bene che più di una
Ancora oggi, quando mi capita di vedere in un parco o in un giardino privato un pino come quello, con la cima incurvata a due punte, mi ritorna subito in mente quell’albero misterioso e allo stesso tempo familiare e amico, testimone muto e impassibile della mia infanzia e della prima adolescenza.
Quando nelle notti insonni cerco di pensare a un luogo sereno mi capita a volte di cercare di ricordare il tetto delle cantine, il vecchio cortile e le case che vedevo dalla finestra della cucina della mia infanzia. Il ricordo è lacunoso e, probabilmente, di molti dettagli ho perduto completamente la memoria, ma il grande pino col suo ciuffo a due punte è sempre là che mi aspetta, immobile e taciturno come allora.
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