IL PASSEGGERO

 

Il treno accelerato proveniente da Piacenza e diretto a Bologna arrivò quasi in orario al binario 3, con in testa la solita vecchia motrice E.326 dall’inconfondibile colore isabella seguita, come sempre, dalle quattro carrozze Centoporte coi sedili in legno.

In quella stupenda giornata di settembre, meno di due mesi dopo il primo sbarco sulla luna, quel convoglio sembrava più anacronistico del solito, ma quando si trattava di andare a Bologna per fare una passeggiata e guardare le vetrine dei negozi, lo preferiva a tutti gli altri.

A quell’ora del primo pomeriggio il treno era quasi sempre vuoto e, tranne qualche sporadico caso, del tutto privo di studenti e del loro baccano. Poteva così gustare fino in fondo il rumore ritmico delle ruote sulla strada ferrata, una specie di metronomo che scandiva il tempo del viaggio, coi suoi Largo, Adagetto, Andante moderato ma, ovviamente, senza gli Allegretto e i Prestissimo dei treni più veloci. Gli piaceva guardare la campagna, le case e, ad ogni fermata, ascoltare la voce dell’altoparlante e il fischio del capostazione.

Salì come ogni volta sull’ultimo vagone, quasi sempre vuoto. Gli piaceva infatti sedersi proprio negli ultimi posti, da dove poteva vedere, attraverso il finestrino della porta di coda bloccata e piombata, le rotaie fuggire da sotto il vagone.

Quella volta sull’ultima carrozza c’era solo un vecchio di più di settant’anni, che se ne stava seduto con gli occhi chiusi e le mani incrociate e teneva in bocca un mozzicone di sigaro spento. Le rughe profonde del viso e le grosse mani, con le unghie spesse come il guscio di una noce, raccontavano di un passato da contadino o forse da muratore. Sembrava addormentato ma, appena richiuse dietro di sé la porta, il vecchio aprì gli occhi, azzurrissimi, e lo salutò con un cenno del capo. Ricambiò il saluto e si sedette nell’ultimo sedile della fiancata opposta a quella del vecchio, pronto a gustarsi il viaggio.

Dopo che il ferroviere ebbe controllato dalla pensilina lo stato di tutti i freni, al fischio del capostazione, il treno partì.

Alla prima fermata, Castelfranco Emilia, salì sul vagone una signora, che si sedette di fronte al vecchio e cominciò subito a parlare.

- Mi sono seduta qui perché non mi piace stare da sola in treno. Io scendo ad Anzola. Vado a trovare una mia figlia sposata che è incinta di otto mesi. Ha la suocera che abita di fronte, ma sa com’è, in certi momenti ci vuole la mamma. E poi è il primo bambino. Lei ha dei figli?

- Cinque – disse il vecchio. – Nove nipoti e tre pronipoti.

- E dove scende lei?

- Scendo a Lavino, la fermata dopo Anzola.

Non gli piaceva stare ad ascoltare i discorsi degli altri, ma erano a un metro di distanza e parlavano ad alta voce.

- Lei deve avere l’età che avrebbe mio padre – disse la donna.

- Perché, non ce l’ha più?

- Non l’ho mai conosciuto. È morto in guerra che io dovevo ancora nascere e mia madre mi ha chiamata Oslavia, come il posto dove lui è morto. Lei ha fatto la guerra?

- Altrochè se l’ho fatta! Ho fatto anche la presa di Gorizia nella sesta battaglia dell’Isonzo e mi sono salvato per miracolo. Ma ho perso tutte e due le gambe dal ginocchio in giù. Falciato dalla mitraglia in un assalto alla baionetta. Erano andate in cancrena e me le hanno dovute tagliare.

- Come mi dispiace! Magari ha anche conosciuto mio padre!

- Chissà, magari l’ho visto. Eravamo in tanti.

- Si chiamava Vitaliano. Vitaliano Ronchetti.

- Un nome che non mi dice niente.

- Ho solo la fotografia in divisa di quando era soldato di cavalleria prima della guerra. La porto sempre con me. Guardi che bell’uomo che era.

- Una faccia che non mi dice niente. Eh, ne ho visti morire tanti!

- E riesce a camminare anche senza il bastone?

- Prima giravo con le stampelle, poi mi hanno fatto delle protesi. Zoppicavo e andavo piano piano, ma camminavo. Adesso non ci riesco più senza un aiuto.

- E come fa a scendere da solo dal treno? E quella valigia? Mi dispiace che scendo prima, altrimenti l’aiutavo io. Spero che il giovane qui di fianco l’aiuti lui.

- Non si preoccupi, signora. Viene mio figlio a prendermi in stazione e mi aiuta lui a scendere. A salire mi ha aiutato un mio amico di Rubiera.

- Ma dove siamo adesso?

- A Samoggia. La prossima è Anzola.

Adesso i due tacevano, persi nei loro pensieri, e si sentiva solo il rumore del treno. Ad Anzola la signora scese, dopo aver dato un bacio al vecchio. E rimase sulla pensilina fino alla partenza del treno per salutarlo un’ultima volta.

Avrebbe voluto anche lui scambiare qualche parola, perché suo nonno materno aveva pure lui partecipato alla presa di Gorizia, ma il vecchio aveva di nuovo socchiuso gli occhi e non se la sentì di disturbarlo.

Dopo pochi minuti il treno arrivò a Lavino. Il vecchio era sveglio, ma non si muoveva. Evidentemente stava aspettando che il figlio salisse sul treno. Eppure dal finestrino non si vedeva nessuno.

Decise allora di aiutarlo lui, prima che il treno ripartisse. Ma il vecchio si alzò di scatto, sollevò la pesante valigia e con agilità scese dalla carrozza.

Si affacciò al finestrino appena in tempo per vederlo attraversare quasi di corsa il binario e scomparire nell’atrio della stazione.

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