IL PASSEGGERO
Il treno accelerato proveniente da
In quella stupenda giornata di settembre,
meno di due mesi dopo il primo sbarco sulla luna, quel convoglio sembrava più
anacronistico
A quell’ora
Salì come ogni
Quella volta sull’ultima carrozza c’era
solo un vecchio di più di settant’anni, che se ne stava seduto con gli occhi
chiusi e le mani incrociate e teneva in bocca un mozzicone di sigaro spento. Le
rughe profonde
Dopo che il ferroviere ebbe controllato
dalla pensilina lo stato di tutti i freni, al fischio
Alla prima fermata, Castelfranco Emilia,
salì sul vagone una signora, che si sedette di fronte al vecchio e cominciò
subito a parlare.
- Mi sono seduta qui perché non mi piace
stare da sola in treno. Io scendo ad Anzola. Vado a trovare una mia figlia
sposata che è incinta di otto mesi. Ha la suocera che abita di fronte, ma sa
com’è, in certi momenti ci vuole la mamma. E poi è il primo bambino. Lei ha dei
figli?
- Cinque – disse il vecchio. – Nove nipoti
e tre pronipoti.
- E dove scende lei?
- Scendo a Lavino, la fermata dopo Anzola.
Non gli piaceva stare ad ascoltare i discorsi degli altri, ma
erano a un metro di distanza e parlavano ad alta voce.
- Lei deve avere l’età che avrebbe mio
padre – disse la donna.
- Perché, non ce l’ha più?
- Non l’ho mai conosciuto. È morto in
guerra che io dovevo ancora nascere e mia madre mi ha chiamata Oslavia, come il
posto dove lui è morto. Lei ha fatto la guerra?
- Altrochè se l’ho fatta! Ho fatto anche
la presa di Gorizia nella sesta battaglia dell’Isonzo e mi sono salvato per
miracolo. Ma ho perso tutte e due le gambe dal ginocchio in giù. Falciato dalla
mitraglia in un assalto alla baionetta. Erano andate in cancrena e me le hanno
dovute tagliare.
- Come mi dispiace! Magari ha anche
conosciuto mio padre!
- Chissà, magari l’ho visto. Eravamo in
tanti.
- Si chiamava Vitaliano. Vitaliano
Ronchetti.
- Un nome che non mi dice niente.
- Ho solo la fotografia in divisa di
quando era soldato di cavalleria prima della guerra. La porto sempre con me.
Guardi che bell’uomo che era.
- Una faccia che non mi dice niente. Eh,
ne ho visti morire tanti!
- E riesce a camminare anche senza il
bastone?
- Prima giravo con le stampelle, poi mi
hanno fatto delle protesi. Zoppicavo e andavo piano piano, ma camminavo. Adesso
non ci riesco più senza un aiuto.
- E come fa a scendere da solo dal treno?
E quella valigia? Mi dispiace che scendo prima, altrimenti l’aiutavo io. Spero
che il giovane qui di fianco l’aiuti lui.
- Non si preoccupi, signora. Viene mio
figlio a prendermi in stazione e mi aiuta lui a scendere. A salire mi ha
aiutato un mio amico di Rubiera.
- Ma dove siamo adesso?
- A Samoggia. La prossima è Anzola.
Adesso i due tacevano, persi nei loro pensieri, e si sentiva solo
il rumore
Avrebbe voluto anche lui scambiare qualche
parola, perché suo nonno materno aveva pure lui partecipato alla presa di
Gorizia, ma il vecchio aveva di nuovo socchiuso gli occhi e non se la sentì di
disturbarlo.
Dopo pochi minuti il treno arrivò a Lavino.
Il vecchio era sveglio, ma non si muoveva. Evidentemente stava aspettando che
il figlio salisse sul treno. Eppure dal finestrino non si vedeva nessuno.
Decise allora di aiutarlo lui, prima che
il treno ripartisse. Ma il vecchio si alzò di scatto, sollevò la pesante
valigia e con agilità scese dalla carrozza.
Si affacciò al finestrino appena in tempo
per vederlo attraversare quasi di corsa il binario e scomparire nell’atrio
della stazione.
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