IL PARCO

 

Ieri c’è stato un grosso temporale e così mi decido a uscire per fare due passi nel parco dietro casa mia, nella speranza che il caldo torrido degli ultimi giorni abbia deciso di fare una pausa. In effetti fa un po’ meno caldo del solito, ma… fa ancora molto caldo! Ormai però sono uscito e decido di fare comunque la passeggiata.

Gli alberi, nonostante siano stati piantati da almeno 35 anni, sono ancora piuttosto piccoli e, soprattutto, fanno assai poca ombra. Del resto le sequoie vivono parecchi secoli e non hanno certo fretta di crescere e anche le querce se la prendono comoda. Voglio pensare che l’idea di piantare alberi a crescita lenta sia stato un gesto di altruismo nei confronti delle generazioni future e mi sovviene una frase attribuita a qualche saggio indiano d’America: “il parco non è nostro, ma lo abbiamo ricevuto in prestito dai figli dei nostri pronipoti, i quali potranno finalmente trovare ristoro all’ombra dei suoi grandi alberi”. Insomma, la passeggiata al parco è, di fatto, una passeggiata sotto un sole rovente di fine giugno. Mi guardo intorno e cerco invano qualcosa che mi ricordi le uscite domenicali dell’infanzia.

Sdraiato su una panchina assolata, in posizione quasi fetale, quello che a prima vista sembrerebbe il cadavere di un anziano è in realtà un aitante ultrasettantenne impegnato in un esercizio di stretching. Infatti, come un’iguana solo apparentemente imbalsamata, eccolo cambiare improvvisamente posizione per poi ritornare completamente immobile, dimostrando così al mondo di essere ancora vivo.

Su una collinetta, una signora di mezza età sta prendendo il sole con la schiena nuda. Nessuna fantasia erotica, ma lo scintillio del sudore mi fa percepire la sete patita da mio padre durante la Campagna del Nord Africa.

Circumnavigo il laghetto e mi ritrovo in rotta di collisione con un cinquantenne ansimante che sta correndo in modo scoordinato in un bagno di sudore. Mi metto da parte non per dovere (in fondo il più anziano sono certamente io), ma soltanto per il timore che il costringerlo a un brusco cambiamento di rotta possa procurargli un arresto cardiaco e l’idea di dover chiamare il 118 e magari passare la mattinata al pronto soccorso mi spaventa.

Finalmente una signora anziana vestita da signora anziana, che ne sta saggiamente seduta su una panchina all’ombra! Quasi mi commuovo nel sentirla parlare da sola ad alta voce e mi ritornano in mente certi poveri vecchi rimbambiti di quando ero bambino. Soltanto quando le passo davanti mi accorgo che sta parlando al cellulare, probabilmente con un’amica un po’ sorda, perché ripete più volte ogni frase con un tono irritato.

Una mamma seminuda sta rosolando al sole il suo piccolo nel passeggino, impegnata anche lei in una conversazione telefonica. Il bambino è l’unico, oltre a me, che si guarda attorno e che sembra provare stupore per ciò che lo circonda.

Ho imboccato un sentiero a caso, tanto sono tutti al sole, quand’ecco che vedo in lontananza il podista che avevo incrociato pochi minuti prima. Il suo rantolo precede il rumore dei suoi passi e, quando è a pochi metri di distanza, lo saluto con un cenno del capo per evitargli di dover rispondere a voce, cosa che potrebbe mandargli in tilt il sistema cardiocircolatorio. In effetti mi accorgo solo ora che è dotato di diversi dispositivi collegati a un polso e a un braccio, come fosse già in sala di rianimazione.

Fa troppo caldo e decido di rientrare. Il vecchio sulla panchina assolata è ancora immobile, ma ha di nuovo cambiato posizione e adesso, sdraiato sulla schiena, sta tenendo abbracciate, come in un amplesso, le gambe piegate. Lo fisso per alcuni secondi per tentare di coglierlo in movimento, ma niente da fare. La signora sulla collinetta è ancora là, ma adesso è supina, col reggiseno solo appoggiato. Anche questa volta nessuna fantasia erotica, ma solo un gran desiderio di essere presto in casa e tracannarmi un paio di bicchieri di acqua fresca.

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