I LIBRI

 

Possibile che se ne fosse accorto solo quel giorno? Come aveva potuto non pensarci prima? Quel pensiero gli si era presentato alla mente d’improvviso per la prima volta in vita sua mentre se ne stava comodamente seduto su una poltrona dopo aver riposto il suo ultimo acquisto su uno scaffale di una delle tante straripanti librerie che affollavano la sua casa. Aveva continuato per tanti e tanti anni ad accumulare libri a una velocità assai maggiore di quella con cui riusciva a leggerli. Anzi, mentre la sua velocità di lettura andava diminuendo di anno in anno, il numero di libri comprati cresceva invece a un ritmo sempre più elevato, grazie anche alla facilità di acquisto on-line. Se un tempo gli bastavano un giorno o due per leggere un libro poco impegnativo e un paio di settimane per una lettura specialistica di alto livello, ora il tempo della lettura era almeno quintuplicato. E non avrebbe potuto che dilatarsi ulteriormente nei giorni a venire.

Calcolò che, leggendo anche due o tre libri al mese, in un anno avrebbe letto circa una trentina di libri e che la vita che gli restava, anche nella più rosea delle previsioni, non gli sarebbe bastata per leggere nemmeno un terzo di quelli che aveva acquistato anche solo negli ultimi cinque anni, ogni volta inguaribilmente fiducioso nel fatto che prima o poi li avrebbe letti. Lo sgomento fu tale che fece promessa di non acquistarne più e, anzi, quasi a sostegno della decisione presa, iniziò lui stesso a scriverne.

Erano passati meno di dieci anni da quel giorno e stava ora contemplando, seduto sulla solita poltrona, i volumi che aveva già scritto e che, messi uno di fianco all’altro, cominciavano a formare, coi loro dorsi neri, una striscia scura che occupava una parte non trascurabile di uno dei tanti ripiani di una delle diverse librerie di casa. Ne tolse uno a caso dallo scaffale e lo aprì a una pagina a caso. Cominciò a leggere mentalmente dalla prima riga e gli sembrò di leggere un libro sconosciuto. Si accorse solo allora che non aveva mai letto i suoi libri! Si era illuso che l’averli scritti comportasse automaticamente l’averli letti, ma dovette convincersi che non era affatto così. Non solo non ricordava di avere scritto quelle frasi ma, addirittura, credeva di ricordare lucidamente di averne scritte altre!

Si sedette per cercare di capire cosa gli stava succedendo e l’unica spiegazione che riuscì a darsi fu quella che quando si scrive si lascia sopravvivere solo uno dei tanti pensieri alternativi che abbiamo nella testa. Doveva essere proprio così: le frasi scritte erano semplicemente quelle sopravvissute e fermate sulla carta, mentre le altre erano miseramente perite senza lasciare traccia. Senza lasciare una traccia nel libro, si intende, ma non nella sua mente che, anni dopo, ricordava invece con maggiore lucidità le frasi non scritte di quelle che, magari anche solo per sfinimento, aveva alla fine deciso di scrivere.

Prese un altro volume e ripeté l’esperimento e il risultato fu lo stesso: ricordava perfettamente di avere espresso quel concetto, ma non di averlo scritto in quel modo. Continuò allora a leggere e, se alcune volte addirittura si sbalordiva per la lucidità con cui aveva esposto un pensiero difficile, ecco che, qualche riga dopo o nella pagina successiva, subito si dispiaceva per quello che aveva scritto e che ora avrebbe invece riscritto in tutt’altro modo e, per di più, in un ordine logico del tutto diverso. Si sforzò allora di individuare la radice del problema e la sua conclusione fu che, in fondo, già al momento di scriverli si era accorto che stava scrivendo cose completamente diverse da quelle che aveva appena progettato di scrivere.

La causa di tutto era quel suo incessante ripensare ogni cosa, che rendeva inevitabilmente provvisorio e rapidamente obsoleto ogni pensiero. Solo chi si fossilizza su un pensiero può scrivere un libro e riconoscerne la paternità dopo anche solo sei mesi, pensava. La scrittura, nonostante l’evoluzione tecnologica del supporto materiale, cartaceo o elettronico che sia, ha il difetto di richiedere di essere comunque riscritta al mutare del nostro pensiero. Una scrittura realmente rivoluzionaria avrebbe potuto essere soltanto una scrittura collegata direttamente al pensiero e aggiornata in tempo reale. Anche se di certo avrebbe avuto lo svantaggio di non poter essere letta da nessuno in modo coerente, perché l’eventuale lettore si sarebbe trovato di fronte a un testo continuamente mutevole.

In fondo, si diceva, anche il parlare presenta questo problema. Si ricordava infatti che gli era capitato più volte di tenere una serie di lezioni su un particolare argomento e, arrivato alla terza o quarta lezione, di aver maturato la convinzione che, dovendo ricominciare le lezioni il giorno stesso, lo avrebbe fatto in tutt’altro modo. E ricordava il fastidio per ciò che stava dicendo, a volte un vero e proprio dispiacere. Ma le parole dette, per quanto più effimere di quelle scritte, avevano ormai tracciato un binario che gli impediva di cambiare direzione. Peggio, ripensandoci meglio, si ricordava che, nonostante la progettazione accurata delle lezioni, le aveva però ogni volta inspiegabilmente iniziate in modo del tutto diverso da quello stabilito, e che, pur avendo continuamente presente il percorso che si era proposto di seguire, se ne teneva invece lontano, come se, ascoltandosi, stesse insegnando a se stesso cose nuove abbastanza da fargli cambiare prospettiva.

Il vero problema, quello più profondo, consisteva dunque nel fatto che c’è un inevitabile ritardo tra la produzione di un pensiero e la sua definitiva formulazione orale o scritta e che questo ritardo, per quanto piccolo, impedisce la coerenza. O forse il problema cruciale sta semplicemente nell’incoerenza intrinseca della nostra mente, che deve continuamente arrabattarsi tra pensieri per loro stessa natura inconciliabili.

Mentre meditava queste cose, la sua mente andò allora alle opere monumentali che hanno segnato la storia del pensiero. Chissà se Euclide era veramente soddisfatto dei suoi tredici libri degli elementi o se, come Copernico e Darwin, li considerava, nonostante una vita di lavoro, soltanto una bozza preliminare e non del tutto soddisfacente di un’opera definitiva destinata a rimanere incompiuta, se non altro perché la vita non dura abbastanza? Pensava poi che persino le opere che gli autori dicevano di considerare definitive erano probabilmente solo quelle opere con cui non volevano più avere a che fare e che non avevano più intenzione di perfezionare. E forse per non dover ulteriormente soffrire o anche soltanto per focalizzare il pensiero altrove. Eppure, soltanto chi ha avuto il coraggio di scrivere pur nella consapevolezza dell’inevitabile insoddisfazione ha lasciato una traccia del proprio pensiero.

Forse, pensava, decidere di scrivere un libro è un po’ come decidere di sposarsi. È come accettare, pur nella perfetta consapevolezza che capiterà ancora di innamorarsi tante volte, che soltanto nella tenacia di un legame coniugale si possa realizzare la pienezza della vita, mentre il continuo svolazzare da un amore all’altro ci lascia alla fine con un pugno di mosche.

Per staccare la mente da questi pensieri, pensò bene di uscire a fare una passeggiata. Dopo pochi minuti si ritrovò davanti a un’edicola in cui era esposta la pubblicità di una nuova collana di lezioni di fisica. Acquistò immediatamente una copia del primo volume e riprese a passeggiare, ma non prima di aver prenotato i ventiquattro volumi successivi!


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