DERNA,
1939
Forse la
sera ho fissato troppe volte quelle vecchie cartoline, ma quello che è certo è
che ora sono a Derna, in Libia. L’anno è il 1939, anche di questo sono certo.
Passo davanti alla Grande Moschea nell’ora più calda, anche se il caldo non lo
sento affatto e, nonostante la strada brulichi di abitanti del luogo, non sento né voci né rumori. Non
percepisco nemmeno i colori e vedo tutto in bianco e nero, o meglio, tutto mi
sembra di un colore grigio ingiallito, proprio come quello delle vecchie
cartoline che ho guardato e riguardato prima di coricarmi. Sono persino
convinto di essere invisibile, ma ecco che un vecchio col viso solcato da
profonde rughe, che riposa appoggiato a un muro insieme ai suoi cammelli, mi
segue con lo sguardo. Dunque non sono invisibile. Lo saluto con un cenno del capo e lui sembra
ricambiare il saluto con un movimento impercettibile degli occhi. Guardo meglio
e mi accorgo che non si tratta di un vecchio, anche se la pelle è bruciata dal
sole e lo sguardo sembra segnato da una stanchezza antica.
Continuo a camminare senza una meta e mi ritrovo
all’improvviso in Piazza Trabelsi, dove un uomo è chinato su una piccola fontana intento a riempire
una borraccia. Ed ecco che mi ricordo di una frase: “A Derna c’era molta acqua…
Fontane ovunque…”.
Improvvisamente inizio a udire i suoni, anche se tutto
continua a essere di quell’unico colore grigio ingiallito. Sento delle risate e
poi delle voci che parlano italiano. Mi volto e vedo un gruppetto di soldati
che avanza in allegria. Uno di loro, che tiene la bustina di traverso e parla
con la sigaretta tra le labbra, sembra essere il riferimento di tutti gli
altri. E non perché ha i gradi da caporalmaggiore, ma perché è lui che provoca le
risate degli altri. Si toglie la sigaretta di bocca solo per ridere e la sua
risata è la più fragorosa di tutte. Avrà poco più di vent’anni, come tutti gli
altri, anche se, si sa, la divisa invecchia un po’ e fa sembrare uomini fatti
anche dei giovanotti.
Adesso sono a una decina di metri da me e non ho più
alcun dubbio: è lui! Vorrei tanto fermarlo e dirgli chi sono. Vorrei metterlo
in guardia da quello che succederà fra non molti mesi, ma non so che fare. Cosa
potrei mai dirgli? Non c’è più nulla da fare. Provo allora una gran pena al pensiero di
tutto quello che gli dovrà accadere e che stride così tanto con quella
spensieratezza dei suoi ventidue anni. Dovrà patire la fame e la sete, vedere
tanti suoi commilitoni morire e saltare in aria coi corpi a brandelli. E forse
tra quei disgraziati ci saranno proprio gli amici che ora ridono con lui. Vivrà
mille volte la paura di rimanere ucciso dalle artiglierie nemiche o dalle bombe
sganciate dagli aerei e dalle cannonate della marina. Scamperà più volte per un
soffio alla morte e dovrà trascorrere cinque lunghi anni in un campo di
internamento a parecchie migliaia di chilometri da casa, senza sapere più
niente della sua famiglia. Vorrei dirgli almeno che tornerà a casa, che alla
fine ce la farà e riuscirà a superare ogni sventura, ma capisco che sarebbe
tutto inutile: adesso è convinto che fra pochi mesi tutto sarà finito e tornerà
al suo paesello e non immagina di certo quale terribile sconvolgimento
percorrerà il mondo intero.
Mi sono fermato e il gruppetto di soldati mi ha
superato e ora svolta a sinistra e scompare in un attimo dalla vista. Sento
ancora le loro voci e le loro risate, poi più niente.
Coraggio, papà! Tornerai fra molti anni e la
spensierata giovinezza finirà molto presto, ma ce la farai!
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