COME AVEVA DETTO IL MAESTRO!

 

Non era certo la prima volta che se lo chiedeva, ma quella sera si era impuntato di trovare una risposta. Quando era finita la giovinezza? In quale giorno? In che momento? Sul fatto che la giovinezza fosse finita, e anche da molti anni, non aveva alcun dubbio, ma si diceva, quasi con rammarico, che nella società attuale la parola giovinezza aveva perso il suo significato originale per assumerne uno talmente vago da far persino dubitare che la domanda avesse senso.

Ricordava che il suo caro maestro di scuola elementare un lontano giorno aveva parlato ai suoi scolari delle età dell’uomo stabilendo dei confini netti. In particolare, aveva insegnato che la giovinezza andava dai sedici ai venticinque anni, seguita dall’età adulta fino ai cinquant’anni, poi dalla maturità dai cinquanta ai sessanta e, infine, dalla vecchiaia, unica età a non avere un termine prestabilito in quanto destinata a cedere il passo solo alla morte.

È sempre da considerarsi una perdita il fatto che una parola cessi di avere un significato preciso, si diceva mentre sciacquava i piatti usati per la cena. Del resto, far terminare la giovinezza esattamente il giorno del venticinquesimo compleanno sarebbe stato semplicemente assurdo, anche se gli avrebbe facilitato notevolmente il compito, perché ricordava perfettamente quel giorno, capitato in coincidenza di un servizio di guardia quando era soldato.

In effetti, era forse la mancanza di riti ben definiti, legati al passaggio da un’età all’altra, il vero motivo che rendeva assurdo il voler porre dei confini precisi. Ben diverso, invece, era il discorso per quelle culture, soprattutto del passato, in cui un rito, a volte addirittura cruento, segnava in modo indelebile la fine di un’età e l’inizio di un’altra. Senza quei passaggi ritualizzati la domanda che si stava ponendo così caparbiamente non aveva probabilmente senso.

Un giorno era stato giovane senza alcun dubbio, così come senza alcun dubbio ora non lo era più, ma la situazione era un po’ come quella del paradosso dello squattrinato. Se a uno squattrinato regaliamo un euro, resta ancora uno squattrinato, così come ci sentiamo di dire che se uno è giovane, allora è giovane anche il giorno dopo. Eppure, un euro alla volta, se gli diamo un milione di euro, lo squattrinato si ritroverà milionario e, a quel punto, non potremo più considerarlo un poveraccio. Altrettanto, un giovane, un giorno dopo l’altro, passati quarant’anni, non sarà di certo più giovane. La chiave del paradosso sta ovviamente nella vaghezza del termine “squattrinato”, così come nella vaghezza del termine “giovane”. Secondo la definizione del maestro questo paradosso non sussisterebbe, perché a ventisei anni non se ne hanno più venticinque!

Oggi, pensava, si può sentir dire alla radio che un giovane di trentasette anni è rimasto coinvolto in un incidente stradale o ascoltare una persona di novant’anni che afferma di sentirsi giovane. Sì, perché oggi la giovinezza non è più soltanto un periodo della vita, ma una condizione o, peggio, un imperativo. E così se vediamo che un vecchio dimostra di saper ancora fare qualcosa di buono o di utile, invece di trarne la logica conclusione che la vecchiaia non impedisce di essere ancora persone attive, preferiamo negare la vecchiaia e affermare che quella persona è ancora giovane: un insulto sia alla giovinezza che alla vecchiaia!

Sorrise al ricordo di una frase che aveva più volte sentito dire da sua nonna: “A stant’an un l’è malè anch quand l’è san!” (a settant’anni si è malati anche se si è sani), che sanciva il fatto che la vecchiaia è vecchiaia indipendentemente dalla condizione in cui ci si arriva.

 Adesso, dopo aver asciugato i piatti, se la stava prendendo coi vari “progetti continuità”, che avevano finito col negare alle nuove generazioni il ricordo di alcune tappe decisive della vita. E così i bambini dell’ultimo anno della scuola materna facevano frequenti visite alla scuola elementare per evitare ogni possibile trauma legato al cambiamento. Altrettanto facevano i bambini di quinta elementare con la scuola media e i ragazzini di terza media con la scuola superiore. Inutile dire che la liturgia si ripeteva l’ultimo anno del biennio di scuola superiore col triennio e l’ultimo anno di scuola superiore con l’università. Forse si sarebbero dovuti portare gli anziani un paio di volte la settimana a visitare il cimitero per rendere meno traumatico il trapasso. Eppure, si diceva, la vita è tutt’altro che un lento scorrere indolore dal reparto ostetricia al camposanto! E lo sapeva bene la sua saggia nonna, che quando era ritornato dall’esame di seconda elementare gli aveva detto: “Incô t’è saltè un fos!” (Oggi hai saltato un fosso!).

Era felice di essere vissuto in un’epoca che non conosceva il progetto continuità. Gli era rimasto il ricordo indelebile del primo giorno di scuola elementare, con alcuni compagni in lacrime dopo aver salutato la mamma e altri che, come lui, si sforzavano di non cedere allo sconforto. Si ricordava perfettamente del primo giorno di scuola media e del severo discorso della professoressa di lettere, del primo giorno di scuola superiore, dell’ingresso all’università e del primo duro giorno di servizio miltare! Eppure si sentiva sicuro che, nonostante la mancanza di riti condivisi, la giovinezza doveva essere finita un giorno ben preciso e in un’ora ben precisa e, abbandonate le divagazioni filosofiche, riprese a concentrarsi sul problema di stabilire quando era finita la sua giovinezza.

Era tardissimo quando si ricordò di quella lettera che aveva ricevuto durante il servizio militare da un suo caro insegnante che si era offerto di farlo trasferire, tramite un amico generale, in una caserma a poche centinaia di metri da casa. Non era più una recluta e si era ormai ambientato alla nuova sede. Dopo una notte insonne, gli aveva risposto con una lunga lettera in cui, pur ringraziandolo di cuore, gli scriveva che aveva ormai superato il periodo peggiore e che si era fatto dei carissimi amici e, soprattutto, che era consapevole che quelli sarebbero stati gli ultimi mesi di spensieratezza della sua vita mentre, al contrario, il ritrovarsi a due passi da casa senza essere realmente a casa gli avrebbe soltanto fatto pesare ogni giorno la sua condizione. Non si era mai pentito di quella risposta, nemmeno nei giorni più difficili, che non erano certo mancati.

Si ricordò allora del giorno del congedo e di quando, tornato a casa, dopo gli abbracci, si era ritrovato solo nella sua camera. Era rimasto in piedi per un tempo indefinito a guardare la sua immagine riflessa sul vetro della porta finestra, con indosso quella divisa che avrebbe detto di non vedere l’ora di togliersi per sempre. La verità era che non si decideva a toglierla, ben consapevole che non l’avrebbe mai più indossata e che quelle serate lontano da casa, a ridere e scherzare e senza mai pensare al domani, non sarebbero mai più tornate. Già in quel momento stava pensando a cosa avrebbe fatto il giorno dopo, alle scelte che lo attendevano, e quella spensieratezza totale era già svanita.

Era ormai tardissimo e a un certo punto si sfilò dallo spallino sinistro il foglio di congedo arrotolato e si sbottonò la giacca grigioverde con le mostrine arancioni e azzurre. Non aveva ancora compiuto ventisei anni: proprio come aveva detto il maestro!

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