COME
AVEVA DETTO IL MAESTRO!
Non era
certo la prima
Ricordava che il suo caro maestro di scuola elementare
un lontano giorno aveva parlato ai suoi scolari delle età dell’uomo stabilendo
dei confini netti. In particolare, aveva insegnato che la giovinezza andava dai
sedici ai venticinque anni, seguita dall’età adulta fino ai cinquant’anni, poi
dalla maturità dai cinquanta ai sessanta e, infine, dalla vecchiaia, unica età
a non avere un termine prestabilito in quanto destinata a cedere il passo solo
alla morte.
È sempre da considerarsi una perdita il fatto che una
parola cessi di avere un significato preciso, si
diceva mentre sciacquava i piatti usati per la cena.
In effetti, era forse la mancanza di riti ben
definiti, legati al passaggio da un’età all’altra, il vero motivo che rendeva
assurdo il voler porre dei confini precisi. Ben diverso, invece, era il
discorso per quelle culture, soprattutto
Un giorno era stato giovane senza alcun dubbio, così
come senza alcun dubbio ora non lo era più, ma la situazione era un po’ come
quella
Oggi, pensava, si può sentir dire alla
radio che un giovane di trentasette anni è rimasto coinvolto in un incidente
stradale o ascoltare una persona di novant’anni che afferma di sentirsi
giovane. Sì, perché oggi la giovinezza non è più soltanto un periodo della
vita, ma una condizione o, peggio, un imperativo. E così se vediamo che un
vecchio dimostra di saper ancora fare qualcosa di buono o di utile, invece di
trarne la logica conclusione che la vecchiaia non impedisce di essere ancora
persone attive, preferiamo negare la vecchiaia e affermare che quella persona è
ancora giovane: un insulto sia alla giovinezza che alla vecchiaia!
Sorrise al ricordo di una frase che aveva
più volte sentito dire da sua nonna: “A
stant’an un l’è malè anch quand l’è san!” (a settant’anni si è malati anche
se si è sani), che sanciva il fatto che la vecchiaia è vecchiaia
indipendentemente dalla condizione in cui ci si arriva.
Adesso, dopo aver asciugato i piatti, se la
stava prendendo coi vari “progetti continuità”, che avevano finito col negare
alle nuove generazioni il ricordo di alcune tappe decisive della vita. E così i
bambini dell’ultimo anno della scuola materna facevano frequenti visite alla
scuola elementare per evitare ogni possibile trauma legato al cambiamento.
Altrettanto facevano i bambini di quinta elementare con la scuola media e i
ragazzini di terza media con la scuola superiore. Inutile dire che la liturgia
si ripeteva l’ultimo anno
Era felice di essere vissuto in un’epoca
che non conosceva il progetto continuità. Gli era rimasto il ricordo indelebile
Era tardissimo quando si ricordò di quella
lettera che aveva ricevuto durante il servizio militare da un suo caro
insegnante che si era offerto di farlo trasferire, tramite un amico generale,
in una caserma a poche centinaia di metri da casa. Non era più una recluta e si
era ormai ambientato alla nuova sede. Dopo una notte insonne, gli aveva
risposto con una lunga lettera in cui, pur ringraziandolo di cuore, gli
scriveva che aveva ormai superato il periodo peggiore e che si era fatto dei
carissimi amici e, soprattutto, che era consapevole che quelli sarebbero stati
gli ultimi mesi di spensieratezza della sua vita mentre, al contrario, il
ritrovarsi a due passi da casa senza essere realmente a casa gli avrebbe
soltanto fatto pesare ogni giorno la sua condizione. Non si era mai pentito di
quella risposta, nemmeno nei giorni più difficili, che non erano certo mancati.
Si ricordò allora
Era ormai tardissimo e a un certo punto si
sfilò dallo spallino sinistro il foglio di congedo arrotolato e si sbottonò la
giacca grigioverde con le mostrine arancioni e azzurre. Non aveva ancora
compiuto ventisei anni: proprio come aveva detto il maestro!
Commenti
Posta un commento